Forte dei Marmi, la concorrenza dei miliardi: spiagge ai magnati, famiglie sul marciapiede
Le cronache locali confermano una vera “campagna acquisti” di stabilimenti balneari e strutture turistiche a Forte dei Marmi da parte di magnati russi; la cosiddetta “concorrenza” sta premiando enormi capitali e non le piccole imprese familiari. In altre parole, il mercato si apre solo verso chi può permettersi cifre milionarie, mentre gli operatori locali restano spettatori o vittime di questo processo. Cosa racconta la stampa locale Secondo La Nazione, lo storico bagno Belvedere, da decenni in mano alla famiglia Baldini, è stato ceduto a un magnate russo che aveva già comprato i vicini stabilimenti Montecristo di levante e di ponente e il ristorante fronte mare La Barca, con un’operazione stimata nell’ordine di qualche milione di euro. Lo stesso investitore risulta coinvolto anche nell’acquisizione dell’Hotel Raffaelli e del Raffaelli Country Club, disegnando un unico polo integrato tra hotel, spiagge e ristorazione di lusso. Non si tratta di un episodio isolato: già in passato la stampa locale e di settore ha documentato vendite di bagni e alberghi di Forte dei Marmi a società riconducibili a tycoon russi, talvolta con veicoli societari offshore e valori di compravendita nell’ordine di decine di milioni di euro. Il consigliere Enrico Ghiselli ha chiesto un consiglio comunale ad hoc proprio perché, dopo l’ennesima cessione, il “pezzo” di economia fortemarmina che passa sotto controllo straniero non è più un’anomalia ma un trend strutturale. Qui si apre la polemica politica: la retorica della liberalizzazione e della concorrenza viene venduta ai cittadini come un’arma per abbassare i prezzi e modernizzare l’offerta, ma nei fatti a Forte dei Marmi sta funzionando come un gigantesco imbuto a favore dei mega–miliardari. Le regole del gioco – valore delle concessioni, aspettativa di rinnovo, trattative immobiliari private sulle strutture – sono tarate su chi può pagare 3, 10 o 35 milioni per mettere insieme hotel 5 stelle, bagni in fila e ristoranti iconici, non certo sulla famiglia che da generazioni gestisce lo stabilimento con 10 dipendenti stagionali. In teoria “più concorrenza” dovrebbe significare più operatori, più pluralismo, più chance per chi ha idee e capacità; in pratica, sul litorale versiliese vuol dire concentrazioni proprietarie, catene di asset in mano allo stesso soggetto e un potere di mercato enorme sul prezzo di ombrelloni, servizi e perfino sul lavoro stagionale. L’ideologia del “libero mercato” diventa così il paravento dietro cui si nasconde una corsa alla rendita, dove vince solo chi parte già con un patrimonio finanziario mastodontico. Dentro questo schema, il destino delle piccole imprese familiari è scritto: o vendono – spesso sotto la pressione di costi crescenti, investimenti irraggiungibili e incertezza normativa – oppure vengono lentamente marginalizzate da strutture integrate che offrono pacchetti hotel–spiaggia–ristorante in grado di cannibalizzare la clientela più facoltosa. La stessa stampa locale evidenzia come il “modello Forte” stia diventando sempre meno fortemarmino, con una proprietà delle strutture che si allontana fisicamente e culturalmente dalla comunità che ha creato quel valore nel tempo. Qui sta il vero nodo politico: se il Comune e lo Stato continuano a nascondersi dietro lo slogan della concorrenza…