Dopo le proteste esplose a maggio contro il “bando capestro” del Comune, un gruppo di concessionari passa alle vie legali: sotto accusa non solo le criticità già emerse, ma anche il mancato riconoscimento degli indennizzi e l’assenza di investimenti su servizi, innovazione e sostenibilità.
Il caso Laigueglia era già esploso nelle scorse settimane. Nel nostro articolo del 17 maggio, “Laigueglia, bando capestro sulle spiagge: balneari sul piede di guerra, a rischio l’economia del paese”, avevamo raccontato le forti contestazioni degli operatori contro il bando comunale per le concessioni demaniali marittime, criticato per la durata massima di cinque anni, per i meccanismi premianti legati alla cessione di arenile e per un’impostazione ritenuta capace di bloccare gli investimenti e mettere a rischio il modello turistico locale.
Ora quella protesta compie un salto di qualità e si trasferisce davanti alla giustizia amministrativa. Un gruppo di circa 27 concessionari balneari ha infatti deciso di promuovere un’azione legale per ottenere la sospensione e l’annullamento del bando attualmente in vigore. Secondo quanto riferito dai promotori dell’iniziativa, il ricorso si fonda anzitutto sulle criticità già emerse nelle settimane scorse, ma aggiunge un nuovo e rilevante profilo di illegittimità: il mancato riconoscimento degli indennizzi dovuti ai concessionari uscenti.
Un punto che gli operatori considerano decisivo anche perché, spiegano, presso il Comune sarebbe stata regolarmente depositata la perizia asseverata per la determinazione degli investimenti non ammortizzati, redatta dal professionista incaricato dalla stessa amministrazione comunale. In altre parole, secondo i concessionari, la questione degli indennizzi non sarebbe affatto astratta, ma già tecnicamente definita e sottoposta all’ente. Ma la contestazione non riguarda soltanto la tutela delle imprese oggi operanti sul litorale. I concessionari sostengono infatti che il bando rappresenti anche una grave occasione mancata per il futuro turistico di Laigueglia.
Dall’analisi della documentazione, spiegano, non emergerebbero infatti previsioni significative in materia di investimenti destinati al miglioramento dell’offerta turistica, delle strutture e dei servizi per l’utenza. Allo stesso modo, non risulterebbero previsti criteri davvero incisivi o interventi orientati alla sostenibilità ambientale, all’efficientamento energetico, alla riduzione dell’impatto ambientale e più in generale all’adozione di politiche green. È proprio qui che, secondo gli operatori, il bando mostrerebbe tutti i suoi limiti. Una procedura destinata a incidere per anni sul futuro del litorale non conterrebbe alcuna reale visione strategica sulla qualità dell’accoglienza, sull’innovazione dei servizi e sulla sostenibilità, cioè su quegli elementi che oggi dovrebbero rappresentare l’ossatura di qualsiasi seria politica di sviluppo turistico.
Per queste ragioni, numerosi concessionari hanno deciso di rivolgersi al Tar con l’obiettivo di fermare la procedura e aprire la strada a un nuovo bando che, da un lato, garantisca il rispetto dei diritti dei concessionari uscenti e, dall’altro, offra finalmente una prospettiva concreta di crescita e valorizzazione del comparto turistico locale. La partita di Laigueglia, a questo punto, rischia di diventare qualcosa di più di una semplice contestazione locale. Dopo le polemiche già esplose sul “bando capestro”, il nodo degli indennizzi e quello dell’assenza di una strategia vera per il turismo possono ora trasformarsi in un nuovo caso emblematico nel già esplosivo fronte delle gare balneari.
Quando un bando non convince chi da anni tiene in piedi il sistema balneare di un territorio, il problema non riguarda soltanto il destino delle concessioni. Riguarda il futuro economico, turistico e identitario di un intero paese.