Abruzzo, la scarsità delle spiagge al centro della proposta di legge: il SIB stima altre 650 concessioni

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La Regione avvia le audizioni sul progetto di legge che punta a verificare quanta costa sia realmente disponibile prima di decidere sul futuro dei titoli esistenti. Padovano chiede di aggiornare i piani demaniali e scongiurare proroghe negate in partenza. Sullo sfondo, l’ordinanza della Corte di giustizia UE sulla scarsità della risorsa e il nodo delle competenze tra Stato, Regione e Comuni.

Il futuro delle concessioni balneari in Abruzzo passa anche dalla verifica concreta della scarsità della risorsa. È questo il tema al centro della proposta di legge regionale sulle disposizioni in materia di beni del demanio marittimo per finalità turistico-ricreative, sulla quale il 20 ottobre sono state avviate le audizioni dei portatori d’interesse in Prima Commissione consiliare Bilancio, Affari generali e istituzionali.

L’iniziativa, promossa dal consigliere Gianpaolo Lugini, condivisa dal presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri e sottoscritta da Emiliano Di Matteo e Carla Mannetti, con il coinvolgimento del sottosegretario alla presidenza della Giunta Daniele D’Amario, punta a introdurre un passaggio preliminare prima di assumere decisioni sul destino delle concessioni: una ricognizione aggiornata delle aree demaniali marittime effettivamente disponibili, da confrontare con quelle già interessate da rapporti concessori.

Non si tratta soltanto di aggiornare numeri e cartografie. La questione è stabilire se, e in quale misura, la disponibilità della risorsa costiera presenti le caratteristiche richieste dall’articolo 12 della direttiva europea 2006/123/CE, la cosiddetta direttiva Bolkestein, per l’applicazione del regime selettivo previsto in caso di scarsità delle risorse naturali.

La proposta era stata depositata in Consiglio regionale nel giugno scorso. Il percorso è quindi ancora in fase di esame: le audizioni appena avviate serviranno a raccogliere osservazioni e contributi, anche per valutare eventuali modifiche al testo. La ricognizione prevista dal progetto dovrebbe essere elaborata dal Dipartimento regionale competente entro 45 giorni dall’eventuale entrata in vigore della legge.

La Regione vuole misurare la scarsità prima di decidere sulle concessioni

L’impostazione abruzzese parte da un principio importante: la scarsità della risorsa non dovrebbe essere trattata come un presupposto indiscutibile e identico per ogni tratto di costa, senza prima verificare la situazione reale dei territori interessati.

L’orientamento è stato ribadito il 7 ottobre dal delegato regionale alla materia, Nicola Campitelli, nel corso del confronto fra le Regioni sulle concessioni balneari. In quella occasione Campitelli ha sostenuto la necessità di considerare le specificità territoriali e di lasciare spazio alle Regioni per valutare la disponibilità delle aree costiere nell’ambito delle rispettive competenze. La Regione, ha spiegato, ha già avviato un percorso legislativo e amministrativo e sta raccogliendo dati attraverso la collaborazione con i Comuni costieri.

Campitelli ha inoltre precisato che il bando-tipo nazionale dovrebbe costituire uno strumento di supporto, non un atto capace di predeterminare la valutazione della scarsità, imponendo in anticipo criteri e ambiti territoriali. La posizione è stata riportata dall’agenzia di stampa del Consiglio regionale,

Il progetto di legge traduce questo orientamento in una precisa sequenza amministrativa. Prima si dovrà ricostruire lo stato delle concessioni esistenti e quantificare le superfici ancora disponibili; successivamente, sulla base dei risultati, si potranno assumere le decisioni conseguenti.

Secondo quanto riferito nella presentazione della proposta, qualora dallo studio emergesse l’assenza di una condizione di scarsità delle risorse demaniali disponibili, i Comuni potrebbero procedere alla proroga delle concessioni esistenti, nel rispetto della normativa statale vigente e previa verifica dell’assenza di un interesse transfrontaliero certo. Le concessioni non ancora assegnate continuerebbero invece a essere affidate attraverso procedure pubbliche. In presenza di scarsità, si procederebbe alle gare secondo la legislazione nazionale.

La proposta contempla anche limiti all’eventuale beneficio della proroga: non potrebbero avvalersene i soggetti destinatari di provvedimenti di decadenza o interessati dalle cause di esclusione richiamate dal Codice dei contratti pubblici.

Il punto politico e amministrativo è evidente: prima di avviare procedure che possono ridisegnare profondamente il settore, la Regione vuole disporre di un quadro aggiornato della costa e dei titoli in essere. Un’esigenza resa più rilevante dal fatto che i piani demaniali, secondo quanto riferito dagli operatori, risalgono in larga parte al 2004 e hanno conosciuto aggiornamenti soltanto parziali nel 2015.

Padovano: «In Abruzzo spazio per altre 650 concessioni»

In questo contesto si inserisce la posizione di Riccardo Padovano, riportata da Abruzzospeciale.it, presidente regionale del Sindacato italiano balneari, intervenuto nelle audizioni per chiedere una ricognizione approfondita della disponibilità costiera e un aggiornamento della pianificazione demaniale.

Secondo i dati del Centro studi Confcommercio richiamati da Padovano, in Abruzzo si contano circa 844 concessioni comprendenti alberghi, stabilimenti balneari, campeggi e altre strutture ricettive turistiche. Gli stabilimenti che vivono esclusivamente dell’attività balneare sarebbero invece 613.

La costa abruzzese si estenderebbe per circa 133 chilometri, dei quali 33 interessati dalle concessioni. Considerando la quota di spiagge libere, indicata nel 20%, le aree SIC, il Parco marino e gli altri spazi protetti, Padovano stima che rimangano circa 45 chilometri di costa utilizzabili.

Da questa valutazione nasce l’ipotesi di poter rilasciare altre 650 concessioni, nel rispetto del limite di 50 metri lineari previsto dal piano demaniale marittimo regionale. Si tratta di una stima sostenuta dal SIB, non del risultato di una ricognizione ufficiale già conclusa dalla Regione: proprio lo studio previsto dalla proposta dovrebbe consentire di verificarne presupposti, consistenza e concreta attuabilità.

L’argomento del sindacato è che l’esistenza di una costa già attrezzata non dimostra, da sola, che ogni ulteriore possibilità di utilizzo economico sia esaurita. Occorre distinguere i tratti effettivamente utilizzabili da quelli protetti o non disponibili e valutare quanto l’attuale occupazione incida sulla possibilità di rilasciare nuovi titoli.

Padovano richiama anche un precedente storico: circa sessant’anni fa, il Ministero della Marina mercantile incoraggiava i pescatori a prendere in concessione tratti di costa abbandonati, allo scopo di renderli fruibili attraverso servizi essenziali, come servizi igienici, passerelle e salvataggio. Secondo il presidente regionale del SIB, quell’esperienza contribuì allo sviluppo della balneazione attrezzata e potrebbe offrire spunti anche per la programmazione futura.

La sua richiesta non si esaurisce nella mappatura. Padovano propone di mantenere le concessioni attualmente vigenti, con scadenza indicata al 2033, attraverso un’eventuale norma transitoria, per poi affrontare le gare sulla base di piani demaniali aggiornati. L’obiettivo dichiarato è evitare che i Comuni avviino le procedure senza una ricognizione preventiva delle aree, dei manufatti esistenti e degli atti amministrativi già rilasciati, con il rischio di moltiplicare i ricorsi e rallentare l’assegnazione delle concessioni.

La richiesta è di aprire un tavolo tecnico con la Regione, coinvolgendo gli enti locali e gli operatori. I numeri sulle nuove concessioni, in questa prospettiva, rappresentano soprattutto una sollecitazione a verificare le potenzialità del territorio prima di considerare definitivamente esaurita la disponibilità della risorsa.

L’ordinanza della Corte di giustizia: la scarsità va accertata con criteri oggettivi

Il confronto abruzzese si colloca in un quadro europeo che merita un’attenzione particolare. Con l’ordinanza del 10 luglio 2026 nella causa C-574/25, Balneari Rimini contro Comune di Rimini, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha ribadito che la verifica della scarsità delle risorse naturali deve fare riferimento a una situazione di fatto e spetta all’autorità competente secondo l’ordinamento nazionale, sotto il controllo del giudice.

La Corte ha ricordato che gli Stati membri dispongono di un margine di valutazione nella scelta dei criteri con cui accertare la scarsità. È quindi possibile utilizzare una valutazione generale e astratta riferita al territorio nazionale, una valutazione riferita al singolo Comune oppure combinare i due metodi. In ogni caso, i criteri devono essere oggettivi, non discriminatori, trasparenti e proporzionati.

La pronuncia assume rilievo anche per l’Abruzzo perché rende esplicita la possibilità di affiancare una ricognizione generale a verifiche territoriali più puntuali. La disponibilità effettiva di aree sfruttabili economicamente può essere diversa da un Comune all’altro e non può essere determinata soltanto sulla base della lunghezza geografica della costa.

È tuttavia importante non attribuire alla decisione europea conclusioni che non contiene. La Corte non ha stabilito che le Regioni siano automaticamente competenti a decidere da sole sulla scarsità, né ha riconosciuto un diritto generalizzato alla proroga delle concessioni. Ha precisato che la valutazione spetta all’autorità competente secondo il diritto nazionale e che il giudice deve poter verificarne la competenza, i criteri impiegati e gli effetti giuridici dell’atto adottato.

L’ordinanza non cancella neppure, per il solo fatto che venga contestata la scarsità, gli obblighi derivanti dall’articolo 12 della direttiva servizi quando i presupposti della disposizione risultino accertati. Se la risorsa disponibile è scarsa e il numero delle autorizzazioni è conseguentemente limitato, resta l’obbligo di una procedura di selezione imparziale e trasparente. La questione decisiva è dunque l’accertamento corretto del presupposto applicativo della norma europea, non la semplice affermazione che la costa sia più o meno libera.

Il nodo delle proroghe: che cosa può fare davvero la Regione?

È proprio qui che la proposta abruzzese dovrà misurarsi con il quadro normativo nazionale. La ricognizione della costa e l’acquisizione di dati oggettivi sono passaggi importanti; altro problema è stabilire quali conseguenze giuridiche possano derivarne per le concessioni già in essere.

La normativa statale oggi vigente, attraverso l’articolo 3 della legge n. 118/2022 come modificato dal decreto-legge n. 131/2024, prevede che le concessioni interessate continuino ad avere efficacia fino al 30 settembre 2027. È possibile un differimento, disposto con atto motivato in presenza di ragioni oggettive che impediscano la conclusione della procedura selettiva, ma soltanto per il tempo strettamente necessario e comunque non oltre il 31 marzo 2028. Non è quindi prevista, nel quadro nazionale attuale, una proroga generalizzata automatica fino al 2033.

Inoltre, la Corte costituzionale ha più volte ricondotto alla competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela della concorrenza gli aspetti fondamentali della disciplina delle concessioni balneari. La sentenza n. 89 del 2025, relativa alla normativa della Toscana, ha dichiarato illegittime disposizioni regionali che intervenivano sul sistema concorrenziale delle concessioni.

Questo non significa che una Regione non possa svolgere attività conoscitive e pianificatorie, raccogliere dati, coinvolgere i Comuni o contribuire alla valutazione delle specificità territoriali. Significa, piuttosto, che l’eventuale effetto di una ricognizione regionale sulla durata dei titoli deve essere coordinato con le regole statali e con il diritto europeo. Una norma regionale non può trasformare da sola l’assenza di scarsità in un’automatica proroga, eludendo i limiti di competenza o la disciplina nazionale vigente.

Anche l’eventuale assenza di scarsità ai sensi dell’articolo 12 della direttiva Bolkestein richiede una valutazione accurata: non equivale automaticamente a escludere ogni possibile rilevanza delle regole europee sulla libertà di stabilimento e sull’interesse transfrontaliero. È per questo che la verifica deve essere documentata, riferita a criteri trasparenti e sottoposta a controllo giurisdizionale.

La proposta abruzzese, dunque, è ancora un progetto e non ha prodotto effetti sulle concessioni. Il suo passaggio più significativo è la scelta di porre la disponibilità effettiva della risorsa al centro dell’istruttoria. La Regione chiede che la scarsità non venga data per scontata, ma verificata attraverso dati e caratteristiche reali del territorio. La stima del SIB sulle 650 nuove concessioni rafforza la richiesta di aggiornare i piani e di non confondere la presenza di stabilimenti con l’esaurimento di ogni area utilizzabile.

Ora il confronto in Commissione dovrà chiarire come tradurre questo principio in una disciplina compatibile con le competenze di ciascun livello istituzionale. La partita non riguarda soltanto quante nuove concessioni possano trovare spazio lungo la costa abruzzese, ma anche chi debba compiere la valutazione, secondo quali criteri e con quali conseguenze sui titoli esistenti. È su questo equilibrio tra istruttoria territoriale, concorrenza e certezza del diritto che si misurerà la tenuta della proposta.

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