Altro che gare davvero aperte. Nel bando-tipo per le concessioni balneari spunta una premialità per alberghi, strutture ricettive e attività turistiche già confinanti o vicine alla spiaggia da assegnare. Un criterio che rischia di trasformare il demanio pubblico nell’appendice privata di hotel, resort e residence affacciati sul mare.
Il principio inserito nelle indicazioni operative è chiaro: le imprese che già gestiscono servizi turistico-ricettivi — inclusi alberghi ed extra-alberghiero — possono ottenere una premialità se operano in posizione confinante o di immediata prossimità al tratto di arenile messo a gara. Il motivo indicato è l’integrazione dell’offerta tra ospitalità e servizi balneari. Ma la domanda è inevitabile: perché un hotel già posizionato sulla prima linea dovrebbe partire avvantaggiato nella gara per ottenere un bene che è pubblico?
La spiaggia non è il giardino dell’albergo. Non è un servizio accessorio da aggiungere al pacchetto camera, né una pertinenza commerciale da assegnare a chi possiede già muri, stanze e ristoranti a pochi passi dalla battigia. Il rischio è che si costruisca un sistema nel quale la disponibilità di patrimonio immobiliare conta più della qualità del progetto, dell’apertura alla concorrenza e della possibilità per nuove imprese di entrare nel mercato.
Il testo prova a mettere alcuni paletti: i criteri dovranno essere oggettivi, misurabili e verificabili e non potranno produrre distorsioni della concorrenza. Ma la stessa bozza lascia ai Comuni la definizione concreta dei punteggi e delle soglie. E soprattutto non chiarisce cosa significhi “immediata prossimità”. Dieci metri? Cento? Una strada? Un intero lungomare? Una formula così elastica può diventare un lasciapassare per premiare chi è già forte sul territorio.
C’è poi una contraddizione difficilmente ignorabile. Da una parte il bando afferma che la concessione deve garantire accesso e fruizione dell’area demaniale alla generalità degli utenti, vietando riserve e limitazioni anche indirette a favore di determinate categorie. Dall’altra costruisce un criterio che valorizza proprio l’integrazione tra spiaggia e struttura ricettiva privata. Il confine tra un’offerta turistica coordinata e una spiaggia di fatto riservata ai clienti dell’hotel rischia di diventare sottilissimo.
Non basta. Il nuovo concorrente dovrà eventualmente pagare l’indennizzo al concessionario uscente per investimenti non ancora ammortizzati e per la remunerazione degli investimenti recenti. Dovrà presentare garanzie, piano economico-finanziario e capacità tecnico-organizzativa. Se in più la gara attribuisce punti a chi ha già alberghi, infrastrutture e attività a ridosso del mare, per una piccola impresa locale o per un nuovo operatore la partita rischia di iniziare già in salita.
Il bando parla di concorrenza, PMI e imprese di prossimità. Ma una concorrenza reale non può ridursi a una gara nella quale chi possiede già l’hotel davanti alla spiaggia si presenta con un vantaggio competitivo incorporato. Il rischio non è soltanto quello di penalizzare i balneari uscenti: è la possibile concentrazione delle coste nelle mani dei soggetti economicamente più forti, con hotel, ristoranti, stabilimenti e servizi turistici sotto un’unica regia.
La vera sfida dovrebbe essere opposta: assicurare gare trasparenti, punteggi pubblici e controllabili, limiti rigorosi alla concentrazione, spiagge libere adeguate e accesso effettivo per tutti. Perché il mare resta demanio dello Stato. E non dovrebbe diventare il benefit esclusivo di chi ha già la hall sulla passeggiata.