Il dossier di Assobalneari documenta numerosi casi di coste rocciose rese fruibili attraverso investimenti. Se dunque una scogliera può essere utilizzata, non può essere esclusa a priori dalla verifica della risorsa disponibile. E la nuova ordinanza della CGUE sulla scarsità impone proprio una valutazione concreta e obiettiva.
«Se gli scogli valgono come spiaggia, dateli ai balneari alassini e liberiamo qualche posto dignitoso e fruibile per tutti in centro». La provocazione di Stefano Salvetti, referente regionale di Mare Libero e responsabile nazionale ADICONSUM per le spiagge libere, nasce per contestare il Piano di Utilizzo del Demanio di Alassio e il modo in cui vengono conteggiati pennelli e tratti di scogliera ai fini della quota di spiaggia libera. Ma proprio quella frase rischia di trasformarsi in un clamoroso boomerang.
Perché la domanda che Salvetti pone, forse senza rendersene conto, è molto più importante della provocazione stessa: gli scogli sono inutilizzabili oppure possono diventare concretamente fruibili attraverso investimenti?
La risposta non può essere affidata agli slogan. Esiste infatti una documentazione precisa che dimostra come la costa rocciosa non sia automaticamente sinonimo di costa inutilizzabile. È il dossier fotografico realizzato da Assobalneari e presentato al Tavolo tecnico interministeriale sulle concessioni demaniali marittime, lacuali e fluviali. Il documento raccoglie numerosi esempi di stabilimenti e strutture balneari realizzati su coste rocciose e dimostra che, laddove le condizioni lo consentano e nel rispetto dei vincoli ambientali, paesaggistici, urbanistici e di sicurezza, anche una scogliera può essere resa accessibile e fruibile attraverso opere e investimenti.
È bene essere precisi: il dossier non sostiene che ogni scoglio possa essere automaticamente trasformato in una spiaggia attrezzata. Dimostra qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, difficile da contestare: non si può stabilire in astratto che una costa rocciosa sia inutilizzabile soltanto perché non è una spiaggia sabbiosa.
Ed è qui che la posizione di Mare Libero presenta una evidente contraddizione. Se una determinata scogliera è realmente inutilizzabile, lo si dimostri con una verifica tecnica, spiegando quali siano gli impedimenti oggettivi e perché non possa essere resa accessibile. Ma se esistono tratti che possono essere valorizzati attraverso investimenti, opere di accesso, sicurezza e servizi, allora la loro potenziale utilizzabilità deve essere valutata. Non può essere cancellata dal ragionamento con la semplice etichetta di «scoglio».
La questione assume un peso ancora maggiore alla luce dell’ordinanza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 10 luglio 2026, causa C-574/25. La Corte non ha stabilito che tutte le scogliere debbano automaticamente essere considerate spiagge disponibili, e sarebbe sbagliato attribuirle una conclusione che non contiene. Ha però ribadito che la scarsità delle risorse naturali deve essere verificata dall’autorità competente sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati, ammettendo anche una valutazione concreta della situazione del singolo territorio.
Ed è proprio questo il punto che dovrebbe interessare Alassio e, più in generale, il dibattito sulle concessioni balneari: prima si verifica la risorsa e la sua effettiva utilizzabilità, poi si determina se esista una situazione di scarsità. Non si può partire dalla scarsità e costruire successivamente il metodo per dimostrarla.
Se una parte della costa rocciosa può essere resa fruibile attraverso investimenti, non è metodologicamente corretto considerarla automaticamente pari a zero senza una verifica concreta. Il dossier Assobalneari dimostra che questa possibilità non è teorica: esistono realtà nelle quali la costa rocciosa è stata effettivamente trasformata in spazio di fruizione balneare proprio grazie all’iniziativa imprenditoriale e agli investimenti. Non significa che tutte le scogliere siano utilizzabili, ma significa che la parola “scoglio” non può diventare automaticamente sinonimo di “risorsa inesistente”.
E qui la provocazione di Mare Libero diventa ancora più interessante. «Dateli ai balneari alassini e liberiamo qualche posto dignitoso e fruibile per tutti in centro». Benissimo. Ma chi dovrebbe rendere quei nuovi spazi realmente dignitosi e fruibili? Chi dovrebbe realizzare gli accessi, garantire la sicurezza, effettuare la manutenzione, ripristinare le aree dopo le mareggiate e sostenere gli investimenti necessari?
Perché è facile invocare la libera fruizione del mare. Molto più difficile è spiegare chi debba investire per trasformare una superficie marginale o difficilmente accessibile in un luogo realmente utilizzabile dai cittadini e dai turisti.
È proprio questo l’aspetto che spesso scompare nella narrazione delle spiagge libere. Una superficie formalmente libera non è automaticamente una superficie fruibile. E una scogliera, evidentemente, ancora meno. La fruibilità è il risultato di condizioni naturali, infrastrutture, accessibilità, sicurezza, manutenzione e investimenti. Se si pretende che una scogliera diventi un’alternativa concreta alla spiaggia centrale, allora bisogna avere anche il coraggio di dire chi sosterrà i costi necessari per renderla tale.
Per questo il problema di Alassio non dovrebbe essere affrontato partendo dalla domanda «come facciamo a trovare il 40% di spiaggia libera?». La domanda corretta dovrebbe essere: quale parte del demanio è realmente utilizzabile, in quali condizioni, con quali vincoli e con quali investimenti? La percentuale deve essere la conseguenza della verifica della realtà, non il punto di partenza al quale adattare la realtà.
Se un tratto di scogliera è oggettivamente inutilizzabile, lo si dimostri. Se è utilizzabile soltanto attraverso interventi particolarmente complessi, lo si valuti. Se può essere reso fruibile attraverso investimenti, lo si consideri nella valutazione complessiva della risorsa. Questo non significa trasformare ogni scoglio in uno stabilimento, ma significa evitare che una parte del territorio venga esclusa a priori da una verifica che dovrebbe invece essere concreta e oggettiva. Altrimenti il rischio è quello di costruire una scarsità sulla carta: si escludono determinate superfici perché considerate inutilizzabili, si restringe artificialmente il perimetro della risorsa disponibile e poi si utilizza il risultato per sostenere che le aree centrali siano necessariamente da sottrarre alle concessioni.
Ed è proprio qui che la provocazione di Salvetti rischia di ritorcersi contro Mare Libero. Se gli scogli non sono utilizzabili, lo si dimostri. Se possono essere utilizzati, li si valuti. Se possono diventare fruibili attraverso investimenti, si dica anche chi è disposto a sostenerli. Il dossier di Assobalneari ha già messo sul tavolo esempi concreti di coste rocciose trasformate in luoghi di fruizione balneare. La CGUE, dal canto suo, ha ricordato che la scarsità deve essere accertata attraverso criteri obiettivi e una verifica concreta della situazione territoriale. A questo punto, dunque, non basta ripetere lo slogan «Mare Libero». Bisogna spiegare che cosa si intende realmente per libera fruizione e, soprattutto, come si intende renderla concretamente possibile.
Perché una scogliera non diventa inutilizzabile semplicemente perché qualcuno decide di chiamarla «scoglio». E soprattutto, non può valere zero prima ancora che qualcuno abbia verificato quanto può valere.