La scheda punteggi delle concessioni di Arma non premia soprattutto l’esperienza o la continuità aziendale, ma la disponibilità a farsi carico di funzioni, servizi e investimenti che sconfinano nell’interesse pubblico locale. Arredo urbano, verde, difesa costiera, bagnini sulle spiagge libere, parcheggi, navette, eventi e spazi aperti anche ai non clienti: più che una gara per gestire uno stabilimento, sembra la ricerca di un soggetto privato disposto a sostituirsi al Comune.
Chiamarla semplice applicazione della Bolkestein, davanti a una scheda punteggi di questo tipo, è difficile. Nel bando del Comune di Taggia, infatti, il cuore della selezione sta in 60 punti di offerta tecnica e 32 punti di piano di gestione, mentre all’esperienza e agli altri elementi residui ne restano appena 8. Il messaggio è chiaro: conta molto meno chi ha lavorato per anni sulla spiaggia e molto di più chi è in grado di presentare il progetto più esteso, più costoso e più carico di prestazioni aggiuntive.
E qui nasce il nodo politico vero. Il concessionario balneare non viene valutato solo per come organizza ombrelloni, cabine e servizi turistici, ma anche per quanto arredo urbano è disposto a installare su area pubblica, quanto verde è pronto a realizzare e manutenere, quante opere di difesa costiera intende proporre, quanti servizi di salvataggio mette a disposizione sulle spiagge libere, quali parcheggi reperisce sul territorio comunale e quali navette o convenzioni attiva. Non è più soltanto una concessione: è un pacchetto di obblighi che spinge il privato a caricarsi pezzi crescenti di funzione pubblica.
La scheda va ancora oltre quando premia eventi e manifestazioni organizzati o sponsorizzati in accordo con l’amministrazione comunale. In questo modo il balneare ideale non è solo chi gestisce bene la propria impresa, ma chi si candida a diventare animatore del territorio, promotore di iniziative, fornitore di servizi collettivi e cofinanziatore di interventi che, fino a ieri, sarebbero stati considerati propri della sfera pubblica. È una torsione profonda del modello concessorio, perché l’impresa privata viene giudicata non per il suo mestiere specifico, ma per la sua disponibilità a trasformarsi in braccio operativo del Comune.
Anche il capitolo ambientale merita una riflessione seria. La griglia assegna punteggi alla riduzione dei manufatti esistenti, all’uso di materiali naturali ed eco-compatibili, ai manufatti amovibili, al risparmio energetico e idrico, alle energie rinnovabili e ad altri obiettivi di sostenibilità. Tutto questo può apparire condivisibile in astratto, ma il rischio pratico è evidente: si finisce per premiare lo smontare e rifare, il sostituire e ricostruire, più che il recupero intelligente dell’esistente. Eppure l’impatto ambientale più basso, in molti casi, non coincide con il rifacimento generalizzato, ma con la riqualificazione di ciò che già c’è.
C’è poi il capitolo più contestato dagli operatori: i servizi da offrire anche oltre la clientela pagante. La scheda attribuisce punteggio alla presenza di zone comuni a libero accesso attrezzate con Wi‑Fi, aree pic-nic, docce, lavabi e lavapiedi, oltre a servizi per disabili, famiglie, animali d’affezione e apertura fuori stagione. Anche qui la domanda è politica prima ancora che tecnica: fino a che punto è legittimo chiedere al concessionario di finanziare e organizzare spazi e servizi a utilità generalizzata, quando già sostiene canoni, imposte, personale, manutenzioni e obblighi ordinari di impresa.
Il paradosso finale è che tutto questo accade mentre l’esperienza storica pesa pochissimo. L’anzianità nella gestione vale al massimo 2 punti e il fatto che la concessione sia stata fonte prevalente di reddito del nucleo familiare vale al massimo 1 punto.
In sostanza, il concessionario uscente non viene davvero premiato per il lavoro svolto, per il radicamento sul territorio o per la continuità dell’attività, ma riceve una tutela minima dentro una gara costruita quasi interamente su investimenti, promesse progettuali e disponibilità a sostenere costi ulteriori.
Ed è per questo che da Taggia arriva una protesta che non può essere liquidata come semplice resistenza al cambiamento.
La questione non è soltanto aprire il mercato, ma capire se, dietro la retorica della concorrenza e della riqualificazione, si stia imponendo ai balneari un modello in cui l’impresa privata deve fare arredo urbano, verde pubblico, difesa costiera, servizi sulle libere, iniziative territoriali e spazi aperti ai non clienti pur di restare in partita. Se questo è il nuovo corso, allora la domanda da porre è semplice: siamo ancora davanti a una concessione demaniale, o a una forma di delega mascherata di funzioni pubbliche ai privati.
A Taggia il punto non è solo chi vincerà la gara. Il punto è che tipo di figura stia uscendo da questi bandi: non più il concessionario balneare, ma un imprenditore chiamato a pagare, progettare e supplire dove l’ente pubblico non arriva o non vuole arrivare.
Questa è concussione da parte del comune denunciabili