“Lo spunto arriva da Il Tirreno: mentre sul demanio la parola d’ordine è ‘scarsità’ e quindi stop alle proroghe, sulle cave si ragiona di estensioni e convenzioni.”
Se la “scarsità della risorsa” è il criterio, allora va applicato sempre: non può diventare un’arma contro i balneari e un lasciapassare quando si parla di cave. Nel dibattito sulle concessioni demaniali si invoca la scarsità per imporre gare e stop alle proroghe automatiche, mentre altrove si costruiscono meccanismi di estensione mascherati da “premialità” o “convenzioni”.
Nelle cave, la stessa Regione Toscana ricorda che le concessioni di beni pubblici dovrebbero essere rilasciate “previa gara”, con durata massima fino a 25 anni e senza proroghe/rinnovi taciti. E però ammette anche un “periodo transitorio” che viene prorogato per chi si impegna alla lavorazione in filiera locale: tradotto, l’eccezione rischia di diventare regola.
Sulle concessioni demaniali marittime, invece, la linea è durissima: il Consiglio di Stato ribadisce che il diritto UE impone procedure di evidenza pubblica e considera incompatibili le proroghe automatiche, richiamando anche l’art. 12 della direttiva servizi proprio perché si tratta di risorse naturali scarse. Anche la giurisprudenza europea recente insiste sul tema “scarsità” come snodo per la concorrenza e la trasparenza nell’assegnazione.
Domanda semplice: perché la scarsità “vale” quando c’è di mezzo un ombrellone, ma diventa negoziabile quando si parla di una montagna che viene tagliata e una risorsa che non si rigenera? Se il principio è la tutela dell’interesse pubblico e l’accesso al mercato, allora o si fanno regole coerenti per tutti, oppure si dica apertamente che la scarsità è solo uno slogan a geometria variabile.
