La crociata del sindaco di Spotorno: quando il 40% diventa un’ideologia contro suore, balneari e democrazia

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Un’inchiesta sulle crepe del Piano Utilizzo Demanio di Mattia Fiorini: numeri contestati, arenile pubblico in degrado, minoranza messa a tacere e una comunità religiosa ottantennaria trasformata in bersaglio mediatico di una decisione politica spacciata per automatismo di legge

Quando il metodo diventa il messaggio

A Spotorno, sulla costa di Savona, si consuma da settimane una guerra che ha varcato i confini nazionali. Il sindaco Mattia Fiorini ha deciso di sottrarre alle Suore della Carità di Santa Maria il tratto di arenile che gestiscono dal 1946 ai Bagni Gino Garrone, cinquanta metri di spiaggia i cui ricavi finanziano da quasi ottant’anni una scuola dell’infanzia e un centro estivo per bambini. La vicenda è rimbalzata sui media di mezzo mondo — dal Corriere della Sera a Euronews, dall’agenzia spagnola Infobae al TG4 — e sui social è diventata viral: tra meme ironici e indignazione collettiva, la «santa alleanza» tra la prima cittadina e l’arenile spotornese si è trasformata in un caso di scuola sul contrasto tra tradizione e normativa europea.

Ma dietro la narrazione edulcorata del primo cittadino — che insiste su un presunto «obbligo ineludibile» di portare le spiagge libere al 40% — si nasconde una realtà scomoda, fatta di numeri ritoccati, di arenile pubblico lasciato marcire, di un consiglio comunale trasformato in palcoscenico e di una proposta alternativa bocciata senza reale approfondimento. Come ha riconosciuto senza mezzi termini Rocco Invernizzi, consigliere regionale di Fratelli d’Italia e delegato al demanio nel comune rivierasco di Alassio, quello spotornese non è affatto un passaggio obbligato: «A Spotorno si è compiuta una precisa scelta politica», ha spiegato, che ha portato a «una drastica riduzione del numero degli stabilimenti esistenti» trasformando concessioni storiche in spiagge libere o libere attrezzate. Una decisione, ha aggiunto, che «ha provocato una durissima contestazione da parte degli operatori e di una parte della cittadinanza» e che «non è una conseguenza inevitabile della legge» bensì «una scelta politica dell’Amministrazione Fiorini».

La prova? Alassio stessa. Anche quel comune, con Invernizzi alla delega demaniale, ha dovuto raggiungere il fatidico 40%, ma lo ha fatto attraverso un percorso condiviso con le categorie economiche e senza radere al suolo attività esistenti. Due comuni, la stessa legge regionale, due approach diametralmente opposti.

L’argomento principe su cui Fiorini ha costruito l’intero castello mediatico è un dato percentuale: il 3,5. Il primo cittadino lo declama da mesi in ogni intervista, tv locale e comunicato stampa, sostenendo che Spotorno sia ferma a un misero 3,5% di arenile completamente libero e che questo giustifichi interventi d’emergenza, cancellazioni di concessioni storiche e rivoluzioni urbane. Una narrazione da «maglia nera regionale» che ha fatto presa sull’opinione pubblica.

Il problema è che la sua stessa giunta ha firmato documenti che raccontano una storia diversa. L’Associazione Bagni Marini di Spotorno, andando a scartabellare la delibera consiliare numero 161 del 29 dicembre 2023, ha scoperto che la superficie effettivamente destinata ad arenile pubblico — sommando le zone libere e quelle libere attrezzate — ammonta a 13.583,79 metri quadrati, pari al 15,81% del demanio disponibile, non al 3,5% proclamato dal sindaco. Il resto si divide tra stabilimenti privati (66,33%), circoli nautici (13,40%), bagni a scopo sociale (3,47%) e campo solare (0,99%). Estrarre dal mucchio un solo dato — quello delle spiagge totalmente sgombre da servizi — per sostenere che a Spotorno «non ci sono spiagge pubbliche» è, a detta dei balneari, una manovra di depistaggio volto a giustificare decisioni già prese a tavolino e a colpire il settore privato.

Un sindaco che per sostenere la propria tesi sceglie il dato che gli fa comodo e ne omette un altro cinque volte superiore non sta applicando la legge: la sta piegando alle proprie esigenze narrative.

Se l’emergenza fosse reale come il sindaco la descrive, ci si aspetterebbe che le poche spiagge pubbliche già esistenti fossero un modello di efficienza. Macché. I tratti di arenile oggi gestiti direttamente dal Comune — come i cessati Bagni Premuda e la struttura SLA Serra — versano in condizioni di vero e proprio degrado: niente servizi igienici adeguati, nessun bagnino o servizio di salvataggio, assenza di postazioni di pronto soccorso e nessun accesso attrezzato per chi ha disabilità motorie.

In un decennio di mandato continuativo, l’amministrazione Fiorini non è riuscita a fornire nemmeno i servizi minimi essenziali sui tratti liberi che già controllava. Un’omissione che va ben oltre l’inadempienza amministrativa: espone il comune al rischio concreto di perdere la Bandiera Blu, il marchio internazionale di qualità ambientale che tra i propri criteri cogenti include proprio la presenza di sorveglianza e assistenza al salvataggio sulle spiagge.

Il paradosso è evidente: chi non è stato capace di mantenere in condizioni decorose il poco arenile pubblico che ha, pretende ora di gestirne una quantità molto maggiore. Come si possano creare nuove spiagge libere senza prima aver dimostrato di saper gestire quelle vecchie, resta un mistero che il sindaco non ha ancora spiegato.

Ancora più rivelatore è l’episodio dei defibrillatori. I balneari spotornesi hanno pagato di tasca propria quattordici DAE, collocandoli lungo tutto il litorale: uno di questi apparecchi è stato determinante, pochi giorni prima della discussione sul PUD, nel salvare una persona in arresto cardiaco. Il sindaco Fiorini, in un incontro con Confcommercio e con il presidente nazionale SIB Enrico Schiappapietra, si era impegnato a far installare la segnaletica per segnalare la posizione dei defibrillatori. Ad oggi, quella cartellonistica non è mai stata posata dal Comune. Promesse mancate, servizi assenti, eppure fierezza nel dichiarare guerra alle concessioni private.

Il PUD della discordia: calendario e metodo sospetti

Il Piano di Utilizzo del Demanio spotornese è stato approvato in una seduta consiliare convocata per le 17:30 del 27 luglio 2026: un orario e una stagione — piena estate, picco di lavoro per tutti i concessionari — che di fatto hanno impedito ai balneari di partecipare alla discussione pubblica, essendo impegnati a garantire i servizi ai turisti sui propri stabilimenti. Una scelta di calendario che, secondo l’Associazione Bagni Marini, conferma la volontà dell’amministrazione di schivare il confronto con chi opera ogni giorno sul litorale.

I balneari, nel poco tempo concesso tra la pubblicazione della bozza e la scadenza per le osservazioni, hanno elaborato e sottoposto al Comune un Piano alternativo che dimostrava come si potesse arrivare al 40% di arenile pubblico senza dover smantellare attività economiche esistenti. Non era una manovra ostruzionistica: era un tentativo concreto di dimostrare che il traguardo normativo era raggiungibile per via dialogata, senza stravolgimenti e senza vertenze legali.

La giunta Fiorini ha respinto ogni apertura, approvando d’ufficio il proprio piano. Un piano calato dall’alto a meno di dodici mesi dalle elezioni amministrative, dopo un decennio di immobilità sul fronte demaniale: una tempistica che, per i balneari, ha il sapore inequivocabile di una manovra di campagna elettorale tesa a costruire un consenso personale più che a servire l’interesse collettivo.

Il consiglio comunale come palcoscenico autoritario

La seduta del 27 luglio ha registrato anche una delle pagine più buie per la dialettica democratica a Spotorno. I consiglieri di minoranza Massimo Spiga e Stefano Remiddi — insieme ai colleghi Lorenzo Bardini e Camilla Ciccarelli dell’altro gruppo di opposizione — hanno dovuto abbandonare l’aula al termine dei propri interventi, rifiutandosi di votare una delibera che ritenevano illegittima nel metodo.

Il caso più grave ha riguardato il consigliere Spiga. Mentre gli altri esponenti dell’opposizione hanno potuto completare i propri discorsi, Spiga è stato interrotto più volte dal sindaco, che — essendo anche presidente del Consiglio Comunale, ruolo che gli imponeva di restare in silenzio fino al termine dell’intervento — ha contestato passo per passo le affermazioni dell’opposizione, trasformando l’aula consiliare in un dibattito da talk show. Un comportamento che i consiglieri di minoranza hanno definito «una brutta pagina per la democrazia» e per la vita istituzionale del comune.

L’episodio è esploso quando Spiga ha sollevato il tema del modello turistico che il nuovo PUD rischia di penalizzare. Spotorno, hanno argomentato i consiglieri, ha costruito la propria economia sulla tranquillità e sulla durata media lunga dei soggiorni: puntare a un turismo di massa, breve e a bassa spesa, significa aumentare la pressione antropica sul territorio senza generare valore economico proporzionale. Un ragionamento che il sindaco, secondo l’opposizione, non è riuscito — o non ha voluto — comprendere, reagendo con nervosismo e interruzioni.

Spiga e Remiddi hanno annunciato il ricorso al Prefetto perché vengano fatti rispettare i regolamenti consiliari, ricordando che il Consiglio Comunale non è il CdA di una società privata ma la rappresentanza di tutti i cittadini — maggioranza e minoranza insieme.

La suora come arma mediatica

La scena più iconica di tutta la vicenda — un’anziana religiosa col velo bianco e nero che, microfono alla mano, chiede con voce tremante al sindaco perché voglia portarle via la spiaggia — ha fatto il giro dei tg e dei social. Suor Miranda, ottant’anni, madre superiora delle Suore della Carità di Santa Maria, è diventata suo malgrado il volto della resistenza al PUD Fiorini. La sua domanda — «È nostra. Perché il Comune vuole portarci via la spiaggia? Se lo fanno, non potremo più tenere aperta la scuola» — ha commosso l’Italia intera.

Ma la ricostruzione del giornalista Alessandro Dighero su Trucioli solleva un interrogativo inquietante sulle dinamiche che hanno portato la religiosa a quel microfono. Secondo Dighero, a condurre suor Miranda davanti ai cronisti sono stati i consiglieri regionali Rocco Invernizzi (FdI) e Angelo Vaccarezza (Forza Italia), i quali però avrebbero omesso un dettaglio non da poco: la concessione in questione rientrava nella categoria dei bagni «per fini di beneficenza», tutelata dal Codice della Navigazione con un canone meramente simbolico proprio in ragione dello scopo sociale dell’attività — uno dei pochissimi casi, in materia di demanio marittimo, pensati per chi non opera a scopo di lucro.

Il nuovo PUD ha cancellato d’ufficio questa tipologia di concessione. Il sindaco ha giustificato la scelta sostenendo che «quella tipologia di concessione non esiste più». Ma chi ha stabilito che non esiste più? La Regione Liguria ha eliminato la categoria a livello normativo, ma è stata l’amministrazione Fiorini a decidere di applicare l’eliminazione nella maniera più radicale, trasformando la spiaggia delle suore in «spiaggia libera attrezzata» e obbligandole a partecipare a una gara d’appalto come un qualunque operatore commerciale.

La differenza è abissale: le suore non affittano ombrelloni per trarne profitto, ma per finanziare una scuola materna e un centro estivo per bambini. Trattarle come un concessionario qualunque è una decisione politica, non un automatismo normativo. Come ha fatto osservare Invernizzi, le suore «per anni hanno svolto attraverso il Campo Solare un servizio con una forte funzione sociale, rivolto anche alle famiglie e ai cittadini più fragili». Sacrificarle sull’altare del 40% non è applicazione della legge: è ideologia pura.

La legge come alibi, non come guida

Fiorini e i suoi sodali — in primis Simona Simonetti, co-portavoce di Europa Verde Liguria — si riparano dietro la legge regionale del 2008, che impone ai comuni liguri il 40% di arenile libero o liberi attrezzate. Nessuno lo contesta: l’obbligo esiste. Ma l’obbligo riguarda la quota finale, non il percorso per raggiungerla.

Il percorso scelto da Fiorini è stato il più traumatico concepibile: cancellazione unilaterale della categoria dei bagni a scopo sociale; trasformazione coatta di concessioni storiche; approvazione d’imperio a un anno dal voto; rigetto di un piano alternativo che raggiungeva l’obiettivo senza conflitti; silenzio imbarazzante sulle condizioni deplorevoli delle spiagge libere già esistenti; mancata installazione della segnaletica dei defibrillatori promessa. Tutto questo mentre il sindaco si presenta all’opinione pubblica come il campione del «diritto di libero accesso al mare».

La stessa Simonetti, che pure difende a spada tratta l’operato di Fiorini, ha dovuto ammettere che il PUD di Alassio — pur da rivedere — ha sancito le ragioni del sindaco spotornese. Ma ha anche dimostrato, per contrasto, che il metodo di Fiorini non era affatto l’unico praticabile. Alassio ha raggiunto il 40% con un percorso partecipato, senza guerra santa e senza colpire i bagni di beneficenza.

Invernizzi è stato ancora più esplicito: «Quello che non possono fare è presentare come obbligata dalla normativa una scelta che obbligata non era». La sua legge regionale, ha precisato, è pienamente vigente e sospende l’obbligo del 40% fino al 30 settembre 2027, proprio per dare ai comuni il tempo di pianificare senza dover «smantellare immediatamente attività economiche esistenti». Alassio ha usato quel tempo. Spotorno no.

L’economia spotornese come danno collaterale

Il ragionamento della minoranza sul modello turistico non è un vezzo elitario. Spotorno ha costruito il proprio indotto economico su soggiorni medi e lunghi, su famiglie che tornano anno dopo anno, su una spesa media pro capite sostenuta. Moltiplicare le spiagge libere significa attrarre un turismo «mordi e fuggi» — fine settimana, pochi giorni, spesa contenuta — che aumenta la pressione sui servizi e sulle infrastrutture senza generare reddito proporzionale per le attività locali.

Non è una disquisizione classista: è aritmetica. Più presenze a bassa spesa non compensano meno presenze a spesa elevata. E un turismo di massa non programmato rischia di saturare parcheggi, strade, servizi igienici e raccolta rifiuti senza che i numeri economici seguano. Il sindaco, invece di confrontarsi con questa prospettiva, ha preferito zittire chi la sollevava.

Le tariffe calmierate che nessuno garantirà

Il PUD prevede che le nuove spiagge libere attrezzate siano per metà completamente sgombre e per l’altra metà gestite con lettini e ombrelloni a prezzi agevolati. Un’offerta al cittadino, insomma. Ma il vincitore del bando dovrà farsi carico anche dei costi di pulizia e sicurezza della porzione totalmente libera: costi che, inevitabilmente, si rifletteranno sui listini. Le «tariffe ridotte» rischiano di rivelarsi una promessa destinata a svanire al primo esercizio in rosso.

Se in dieci anni il Comune non è riuscito a dotare di bagni e bagnini i tratti pubblici esistenti, su cosa si fida la fiducia che saprà gestire un’estensione molto maggiore? La domanda resta senza risposta.

La direttiva Bolkestein impone gare pubbliche per le concessioni demaniali. La legge regionale ligure impone il 40% di arenile libero o liberi attrezzate. Nessuno discute l’obbligo. Ma un conto è rispettare la norma, un conto è usarla come copertura per una crociata ideologica che colpisce suore, imprenditori, opposizione consiliare e cittadini — tutto in nome di un 40% che, a leggere gli atti ufficiali, era meno distante di quanto il sindaco abbia voluto far credere.

La domanda vera che i cittadini spotornesi dovrebbero porsi non è «perché il sindaco vuole più spiagge libere», ma perché non ha saputo gestire quelle che aveva, perché ha dovuto attendere la vigilia elettorale per scoprire l’urgenza, e perché — quando gli è stato sottoposto un piano alternativo che raggiungeva il traguardo senza conflitti — ha preferito la guerra al dialogo.

Le suore di Spotorno non chiedono privilegi: chiedono di continuare a fare ciò che fanno dal 1946, sostenere con i proventi della spiaggia una scuola e un campo estivo per bambini. Se questo è un privilegio da abbattere in nome del 40%, allora la crociata di Fiorini non è contro i monopoli: è contro la solidarietà. E di questo il sindaco dovrà rendere conto — non alla stampa internazionale, ma agli elettori spotornesi che, tra meno di un anno, si recheranno alle urne.

Questo articolo ha un commento

  1. Elvo Alpigiani, coordinatore Provincia di Genova FIBA Confesercenti.

    La direttiva Bolkestein NON impone un OBBLIGO delle evidenze pubbliche per il rinnovo delle concessioni demaniali, se sono DISPONIBILI delle spiagge libere.
    La direttiva Bolkestein prevede le evidenze pubbliche SOLTANTO nel caso specifico in cui TUTTE le spiagge balneabili sono occupate da concessioni.
    Se sono disponibili delle SPIAGGE LIBERE, l’articolo 12 della direttiva Bolkestein NON si applica.
    I Giudici della Corte di Giustizia Europea, nella sentenza del 20 aprile 2023, di Ginosa, hanno precisato che se NON c’è scarsità di spiagge libere, NON c’è L’OBBLIGO delle evidenze pubbliche ed è possibile il RINNOVO automatico.
    QUESTO è il diritto comunitario che deve essere applicato, non interpretato a discrezione dei Comuni.
    I tribunali italiani NON sono competenti sulla corretta applicazione del diritto comunitario, ma è competenza esclusiva della Corte di Giustizia Europea. (Trattato TFUE, articolo 267)
    I tribunali italiani hanno l’obbligo di applicare correttamente le sentenze della Corte UE, non interpretarle.
    La Corte di Giustizia Europea nella ultima Ordinanza del 10 luglio 2026, al punto 57, ha anche precisato quali sono le VERIFICHE che il Giudice nazionale deve accertare.
    Forse anche i Giudici della Corte UE si sono stancati di essere “presi in giro”.
    È inconcepibile che un Giudice nazionale chieda alla Corte di giustizia europea, con un quesito pregiudiziale, la corretta interpretazione del diritto comunitario, (Trattato TFUE art. 267) la Corte UE sì pronuncia e poi i Giudici nazionali continuano a motivare le loro sentenze con la loro interpretazione.
    Questo è, in uno Stato democratico, inaccettabile.
    Inoltre, la legge della Regione Liguria n.13 del 1999, articolo 11bis, NON OBBLIGA i Comuni costieri ad applicare la % prevista dalla legge, togliendo le concessioni demaniali marittime in essere, ma VIETA loro di RILASCIARE NUOVE concessioni.
    Le concessioni demaniali marittime del Comune di Spotorno, NON sono scadute.
    Questo in applicazione delle sentenze Promoimpresa, di Ginosa e ultima l’Ordinanza della Corte di Giustizia Europea, nelle quali i Giudici hanno precisato che per l’applicazione dell’articolo 12 della direttiva Bolkestein, il Comune deve VERIFICARE PRIMA se le spiagge del suo fronte mare balneabile sono TUTTE OCCUPATE da concessioni balneari.
    Il Comune di Spotorno NON ha applicato le sentenze della Corte UE e quindi ha approvato atti amministrativi ILLEGITTIMI, in contrasto con il diritto comunitario.

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