Ad Agropoli il demanio marittimo non sarà più quello di prima. Con la delibera di Giunta n. 136 del 12 marzo 2026, l’amministrazione comunale ha tracciato una linea netta: si va verso le gare pubbliche, ma soprattutto verso un modello completamente diverso, in cui la concessione non è più vista come utilizzo di un bene, bensì come gestione di un servizio. È questo il passaggio che segna la vera discontinuità e che, più di ogni altro, apre interrogativi destinati ad andare ben oltre i confini locali.
Nel documento si legge chiaramente che l’obiettivo è costruire un progetto di gestione dei servizi di balneazione, spostando il baricentro dall’occupazione della spiaggia al servizio reso alla collettività . In questa visione il concessionario non è più soltanto un operatore che utilizza un tratto di demanio, ma diventa un soggetto che realizza strutture e organizza servizi per conto dell’ente, in una logica di partenariato pubblico-privato.
Eppure, la stessa delibera chiarisce in modo inequivocabile che le concessioni demaniali marittime restano concessioni di beni e devono essere tenute distinte dalle concessioni di servizi, poiché consistono nell’autorizzazione ad esercitare un’attività economica su un’area pubblica e non nell’affidamento di un servizio . Una precisazione che rende ancora più evidente il tentativo, nello stesso atto, di “spostare” queste concessioni nell’alveo dei servizi, creando un evidente cortocircuito giuridico.
Ed è proprio su questo punto che il progetto di Agropoli rischia di entrare in rotta di collisione con il quadro normativo europeo e nazionale. Non è un caso che Frits Bolkestein, intervenendo a Roma, abbia chiarito che le concessioni balneari sono concessioni di beni e non di servizi. Una distinzione che non è formale, ma sostanziale, perché incide sulle regole di gara, sulle tutele degli operatori e sull’intero equilibrio del sistema.
Nel frattempo il Comune costruisce un impianto molto articolato, che anticipa già i criteri dei futuri bandi. Le concessioni avranno una durata massima di quindici anni e sarà previsto un limite di una sola concessione per ciascun operatore, con l’obiettivo dichiarato di garantire una reale contendibilità del demanio.
Ma soprattutto, il cuore delle future gare sarà rappresentato da una serie di criteri qualitativi molto ampi: saranno premiati i progetti capaci di sviluppare il territorio e la promozione turistica, valorizzare le imprese locali e generare occupazione, garantire sostenibilità ambientale e innovazione tecnologica, con strutture leggere e facilmente amovibili, e migliorare concretamente i servizi offerti, dalla ristorazione alle attività sportive e ricreative .
A questi si aggiungono elementi ancora più incisivi, come la promozione della filiera corta, l’integrazione con attività educative e ambientali, la classificazione degli stabilimenti attraverso il sistema delle “stelle marine”, e soprattutto l’obbligo di assicurare accessibilità universale, con libero accesso al mare anche per le persone con disabilità e fruizione delle spiagge anche fuori stagione .
Non solo: tra i criteri rientrano anche obblighi di servizio veri e propri, come il salvataggio, la pulizia dell’arenile, il decoro urbano, la manutenzione e persino interventi di difesa costiera, oltre alla previsione di una compartecipazione economica del concessionario ai ricavi da destinare a opere pubbliche .
Sul piano economico viene previsto un indennizzo per il concessionario uscente, limitato agli investimenti non ammortizzati degli ultimi cinque anni e subordinato a una perizia asseverata. Un meccanismo che, pur riconoscendo una tutela, lascia aperti ampi margini di conflitto.
Il calendario è già definito: le concessioni attuali sono prorogate fino al 31 dicembre 2026, mentre le nuove assegnazioni entreranno in vigore dal 1° gennaio 2027 . Tuttavia, durante il periodo transitorio, gli investimenti effettuati restano interamente a rischio del concessionario, con la possibilità, al termine, di dover rimuovere le strutture senza alcun indennizzo .
Parallelamente, il Comune continua a presentare il Piano Attuativo del Demanio come uno strumento di sviluppo sostenibile e accessibile, evidenziando una percentuale di spiagge libere superiore al 60% e un sistema costiero organizzato per ambiti, con interventi su mobilità, accessibilità e servizi.
Ma il punto resta sempre lo stesso. Se la concessione è, per definizione, una concessione di bene — come riconosce la stessa delibera — può davvero essere trasformata in una concessione di servizi con un atto amministrativo? È una domanda che non riguarda solo Agropoli, ma l’intero sistema delle concessioni balneari.
Perché è proprio su questa linea di confine che si giocherà la partita più delicata. E se quella linea dovesse essere considerata superata, il rischio è che l’intero impianto venga rimesso in discussione. Non sul piano politico, ma su quello giuridico, dove la differenza tra bene e servizio non è un dettaglio, ma il fondamento stesso del sistema.
Agropoli, in questo senso, si propone come un laboratorio. Ma è un laboratorio che lavora su equilibri fragili, dove l’innovazione rischia di trasformarsi rapidamente in contenzioso.