Calabria, la mossa sui balneari: proroghe fino a 5 anni per salvare l’estate e bloccare le gare

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Photo by Nemanja Peric on Unsplash

In Calabria, la questione delle concessioni balneari smette per un attimo di essere un confronto astratto tra norme europee, sentenze e principi giuridici, e torna ad aderire alla realtà più concreta possibile: quella delle spiagge danneggiate, delle strutture da ricostruire e di una stagione estiva che rischia seriamente di non partire.

Perché al di là delle interpretazioni e dei dibattiti, il punto è uno solo: senza tempo, non si investe. E senza investimenti, gli stabilimenti non riaprono.

È dentro questa logica, semplice ma difficilmente contestabile, che si inserisce la proposta di legge presentata in Consiglio regionale dal capogruppo di Forza Italia Domenico Giannetta. Una proposta che, partendo formalmente dall’emergenza causata dal maltempo, introduce una misura destinata a lasciare il segno ben oltre i confini regionali: la possibilità di prorogare le concessioni balneari fino a cinque anni.

Non si tratta, almeno nelle intenzioni dichiarate, di una scelta ideologica o di uno scontro diretto con l’Europa. Al contrario, il punto di partenza è estremamente concreto: le mareggiate hanno colpito duramente la costa, le strutture sono state danneggiate e, senza una prospettiva minima di continuità, nessun operatore avrebbe convenienza a ricostruire. In queste condizioni, parlare di gare rischia di diventare un esercizio teorico, mentre sul territorio si pone un problema molto più immediato: salvare la stagione.

Ed è proprio qui che la proposta prende forma, prevedendo una proroga legata al tempo necessario per ammortizzare gli investimenti, con un limite massimo fissato a cinque anni. Un tempo che non viene presentato come un privilegio, ma come una condizione indispensabile per rendere sostenibile qualsiasi intervento.

Ma il passaggio più interessante, quello che segna un vero cambio di prospettiva, è un altro e si muove su un piano più profondo. La proposta, infatti, rimette ai Comuni una valutazione decisiva: stabilire se esista davvero una scarsità della risorsa e se ci sia un interesse transfrontaliero concreto. Solo in presenza di questi elementi si dovrebbe procedere con gare pubbliche. In tutti gli altri casi, invece, si apre la possibilità sia di assegnare nuove concessioni sia di prorogare quelle esistenti.

È un punto che cambia radicalmente il quadro, perché interrompe quell’automatismo delle gare che negli ultimi anni era stato spesso dato per scontato. Qui, al contrario, si torna a una valutazione caso per caso, legata al territorio e alle sue caratteristiche reali.

La direttiva Bolkestein resta sullo sfondo, ma perde rigidità. Non viene messa in discussione frontalmente, ma viene, per così dire, “riassorbita” dentro una logica amministrativa più flessibile, dove il principio di concorrenza deve confrontarsi con esigenze concrete come la continuità delle attività economiche, la tutela degli investimenti e la tenuta del sistema turistico.

E in questo equilibrio entra con forza anche il contesto emergenziale. Il maltempo non è solo un elemento narrativo, ma diventa la chiave che consente di giustificare l’intervento normativo. Perché quando il danno è reale e documentato, diventa difficile sostenere che tutto possa restare immutato. Così l’emergenza smette di essere un fatto contingente e si trasforma in leva politica e giuridica.

Il risultato è una proposta che, pur muovendosi formalmente dentro il quadro esistente, introduce un messaggio molto più forte di quanto appaia a prima vista. Un messaggio che dice che il turismo balneare non può essere trattato come un mercato qualsiasi, che le concessioni non sono semplici titoli intercambiabili e che la continuità delle imprese è, a tutti gli effetti, un interesse pubblico.

Ma soprattutto, e forse è questo il punto più rilevante, cambia il ruolo della proroga. Non più un’anomalia da giustificare ogni volta, ma uno strumento possibile di gestione del sistema, da utilizzare quando le condizioni lo richiedono.

Se questa impostazione dovesse trovare conferma, la Calabria rischia di diventare un precedente importante. Non tanto per la durata della proroga in sé, quanto per il principio che introduce: che le gare non sono inevitabili, che la scarsità non è automatica e che le decisioni possono – e forse devono – partire dai territori.

Alla fine, la questione si riduce a una linea molto sottile ma decisiva. Da una parte un modello teorico, uniforme, costruito su principi generali. Dall’altra la realtà concreta delle coste, delle imprese e delle stagioni turistiche che non possono aspettare.

La Calabria, almeno per ora, ha scelto da che parte stare. E lo ha fatto nel modo più diretto possibile: mettendo al centro il tempo.

Questo articolo ha un commento

  1. Rocco

    Decisione saggia, giusta, ponderata e valutata con attenzione. Complimenti alla giunta, che ha saputo dettata dalla realtà, non da direttive o giudizi di parte, intraprendere il percorso reale e concreto, per portare la Calabria ad affrontare con serenità e professionalità le stagioni estive future. Con l’augurio che altre regioni intraprendono questo percorso, come auguro alla politica italiana intera, di visionare passo passo la direttiva bolkstein, al fine di evitare danni alle imprese balneari presenti sul suolo italiano. Imprese che costituiscono un raggruppamento di 30000 balneari, i quali non meritano una interpretazione della direttiva, distorta, di parte e da interessi economici., queste imprese vorrei ricordare sono imprenditori,famiglie che con il proprio sudore hanno costruito realtà che sono il fiore all’occhiello dell’Italia intere. Forza Occhiuto siamo con te

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