Nel nuovo schema per le gare il governo costruisce una protezione concreta per i lavoratori da riassorbire, ma scarica sui concessionari uscenti il peso di un indennizzo debole, in molti casi vicino allo zero, e perfino il rischio di vedere accorpate e ridisegnate le concessioni esistenti.
Altro che riforma equilibrata. Il bando-tipo sulle concessioni demaniali marittime si presenta come uno strumento di ordine amministrativo, ma nella sostanza rivela una scelta politica precisa: tutelare il lavoro dipendente e lasciare molto più esposti i concessionari uscenti. Il testo nasce per offrire agli enti concedenti un modello uniforme di gara e per promuovere condizioni omogenee di affidamento delle concessioni, ma dietro questa architettura tecnica si intravede un impianto fortemente sbilanciato.
I pochi aspetti favorevoli esistono, ma sono limitati. Il bando-tipo prova a standardizzare le procedure, a contenere almeno in parte le concentrazioni attraverso limiti di partecipazione e di aggiudicazione dei lotti, e richiama criteri legati ad accessibilità , sostenibilità ambientale, qualità dell’offerta e continuità dei servizi. Sono elementi utili sul piano organizzativo, ma non bastano a cancellare il nodo centrale: il nuovo sistema protegge molto di più la continuità occupazionale che la continuità dell’impresa balneare.
La prova è scritta nero su bianco nella disciplina dell’indennizzo e nelle clausole sociali. Da una parte il bando dispone che la perizia debba indicare il numero dei lavoratori del concessionario uscente che traggono da quell’attività la prevalente fonte di reddito per sé e per il proprio nucleo familiare, così da consentire ai concorrenti di impegnarsi ad assumerli. Dall’altra parte, l’indennizzo per il concessionario uscente è parametrato al valore degli investimenti effettuati e non ancora ammortizzati alla fine della concessione, oltre a quanto necessario per garantire un’equa remunerazione sugli investimenti effettuati negli ultimi cinque anni.
Il segnale politico è evidente. I lavoratori diventano un interesse da preservare e da premiare nella gara, mentre il concessionario uscente viene trattato come un soggetto da liquidare secondo un criterio ragionieristico e ristretto, che non considera davvero la storia economica dell’impresa. Il bando, infatti, non riconosce espressamente l’avviamento, non valorizza la clientela costruita nel tempo, non tutela in modo pieno l’organizzazione aziendale e non trasforma l’esperienza maturata sul bene demaniale in una garanzia economica reale. A rendere il quadro ancora più duro c’è il fatto che la perizia è a carico del concessionario uscente che ne faccia richiesta. Quindi chi rischia di perdere la concessione deve prima pagare per vedersi stimare un indennizzo che, in molti casi concreti, può risultare basso, simbolico o addirittura nullo. Il bando-tipo, del resto, lo afferma senza ambiguità : se il concessionario uscente non richiede la perizia, i valori dei beni e dell’indennizzo indicati nel bando saranno pari a zero.
Ma il punto più politico resta un altro: mentre per i dipendenti viene costruita una tutela concreta, per il concessionario uscente resta un ristoro solo teorico. Tra i criteri di valutazione dell’offerta tecnica compare infatti uno specifico punteggio, fino a 5 punti, per il numero di lavoratori del concessionario uscente che ciascun offerente si impegna ad assumere in caso di aggiudicazione. E nelle ulteriori clausole di esecuzione il bando prevede che l’aggiudicatario debba assumere manodopera locale e/o under 36 qualora il personale dell’uscente disponibile a rimanere in servizio non sia sufficiente a garantire il corretto svolgimento dei servizi. Il messaggio, quindi, è chiarissimo: la continuità occupazionale è considerata meritevole di protezione forte, la continuità imprenditoriale no. È una scelta che il governo proverà a presentare come equilibrio sociale, ma che nella realtà rischia di tradursi in una profonda sproporzione tra chi lavora nell’impresa e chi quell’impresa l’ha costruita, finanziata e mantenuta nel tempo.
C’è poi un altro aspetto del bando-tipo che merita di essere evidenziato, perché amplia ulteriormente il margine di manovra dei Comuni a scapito degli attuali titolari. Il testo prevede infatti che l’ente concedente non è vincolato all’estensione delle concessioni in essere e può procedere alla loro rideterminazione, coerentemente con la pianificazione territoriale vigente, anche riunendo più concessioni esistenti in un unico lotto. In altre parole, i Comuni potranno non limitarsi a mettere a gara le concessioni così come oggi esistono, ma potranno ridisegnarle, accorparle e fonderle in un solo lotto, con il solo vincolo che il nuovo affidatario corrisponda l’indennizzo a tutti i concessionari uscenti interessati dall’accorpamento. È una previsione molto pesante, perché conferma che il sistema non tutela la continuità della singola impresa balneare, ma riconosce ai Comuni un potere molto ampio di riscrivere la geografia delle concessioni.
E qui si apre un ulteriore fronte critico. Perché non si tratta soltanto del rischio di perdere la concessione o di ricevere un indennizzo modesto: si tratta anche della possibilità che l’assetto stesso delle concessioni oggi esistenti venga smontato e ricomposto dall’amministrazione secondo una nuova mappa territoriale. Il concessionario uscente, quindi, non solo può uscire con tutele economiche deboli, ma può perfino vedere cancellata la continuità territoriale e funzionale della propria attività .
Il bando-tipo prova a mascherare tutto questo con il linguaggio dell’interesse pubblico, della qualità dell’offerta e della sostenibilità . Ma a leggere bene il testo si capisce che il vero asse della riforma non è la tutela delle imprese esistenti: è la gestione ordinata del passaggio alle gare, con una forte attenzione al personale e una protezione molto più debole per chi perde il titolo concessorio.
In questo quadro, il governo si prepara a rivendicare il lato sociale della riforma, ma evita accuratamente di affrontare il vero punto: che cosa resta ai concessionari uscenti quando gli investimenti sono stati già ammortizzati, quando l’indennizzo è parametrato solo agli ultimi cinque anni, quando la perizia è a loro carico e quando perfino la concessione può essere accorpata a quella del vicino dentro un lotto completamente ridisegnato? La risposta, per molti, rischia di essere brutale: resta poco o nulla.
Ecco perché il bando-tipo non appare come uno strumento neutrale. È, al contrario, il tassello con cui il governo prova a rendere gestibile politicamente la stagione delle gare, mostrando attenzione per i lavoratori ma lasciando i concessionari uscenti con tutele patrimoniali incerte, ristrette e in alcuni casi persino azzerabili. Non è questo l’equilibrio di una riforma giusta: è il segno di una scelta precisa, in cui si preferisce salvare la facciata sociale e scaricare il costo del cambiamento su chi, per anni, ha tenuto in piedi le imprese balneari.