La Regione Calabria alza il livello dello scontro istituzionale sulle concessioni demaniali marittime e decide di rivolgersi alla Corte costituzionale contro l’articolo 8 del decreto-legge 11 marzo 2026, n. 32, convertito poi nella legge n. 71/2026. La norma impone al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di predisporre uno schema di bando-tipo nazionale per l’avvio delle procedure di affidamento delle concessioni demaniali marittime, lacuali e fluviali, da sottoporre alla Conferenza Unificata per il solo parere.
È questo il punto che la Calabria considera costituzionalmente critico. Secondo la ricostruzione emersa nelle ultime ore, la Giunta regionale ritiene che lo Stato abbia ecceduto le proprie attribuzioni, comprimendo competenze che la Costituzione riconosce anche alle Regioni e agli enti territoriali. Le doglianze investono gli articoli 5, 114, 117, 118 e 119 della Costituzione, cioè autonomia, riparto delle competenze, sussidiarietà e autonomia amministrativa e finanziaria.
Il cuore del ricorso, dunque, non sembra essere una contestazione frontale alle gare in sé, né un rigetto del principio di uniformità nazionale. Il nodo è piuttosto il metodo scelto dal Governo: per la Calabria, un bando-tipo destinato a incidere in modo così diretto sulle procedure di assegnazione non poteva essere definito con un meccanismo che lascia alle Regioni un ruolo meramente consultivo.
Sul fronte istituzionale, del resto, il percorso attuativo del bando-tipo era già stato avviato. Il MIT ha comunicato a fine aprile che il confronto con gli enti territoriali era proseguito in sede di Conferenza Unificata, con approfondimenti tecnici sui contenuti del provvedimento, sugli aspetti procedurali e sui criteri uniformi da adottare a livello nazionale per garantire trasparenza, omogeneità e coerenza nell’assegnazione delle concessioni.
Questo dettaglio rafforza la portata politica del ricorso calabrese. La Regione non interviene su una norma rimasta sulla carta, ma su una disciplina già in fase di concretizzazione amministrativa. E lo fa in un momento in cui il dossier balneari, a livello nazionale, resta uno dei più delicati nel rapporto tra obblighi concorrenziali, tutela degli operatori esistenti e margini di autonomia territoriale.
Non è un caso che la Calabria arrivi a questo passaggio dopo aver già mostrato una linea autonoma sul tema. Il 14 maggio 2026 il Consiglio regionale ha approvato la legge regionale n. 15, intervenendo in materia di concessioni balneari demaniali marittime e confermando la volontà della Regione di giocare un ruolo diretto nella regolazione del comparto.
Dentro questa cornice, il ricorso alla Consulta appare come la prosecuzione istituzionale di una strategia già visibile: difendere uno spazio normativo regionale in un settore che Roma punta invece a rendere più uniforme su scala nazionale.
La posta in gioco va oltre il caso calabrese. Se la Corte costituzionale dovesse entrare nel merito della questione, il giudizio potrebbe chiarire fino a che punto lo Stato possa standardizzare i bandi per le concessioni demaniali marittime e quale debba essere il grado di coinvolgimento delle Regioni nella definizione delle regole di gara.
Per i Comuni costieri e per gli operatori del settore, la partita non riguarda soltanto tempi e criteri delle future evidenze pubbliche, ma anche l’assetto istituzionale che governerà la transizione dal vecchio regime concessorio al nuovo sistema competitivo.
La chiave di lettura centrale è questa: il contenzioso aperto dalla Calabria sposta il fuoco dal solo tema delle proroghe a una questione forse ancora più decisiva, cioè la titolarità del potere di scrivere le regole delle gare. Ed è proprio su questo terreno, più ancora che su quello politico, che si misureranno nei prossimi mesi i rapporti tra Governo, Regioni e autonomie locali.