In Calabria la questione delle concessioni balneari non può essere liquidata con il solito schema ideologico delle gare a ogni costo, perché qui il tema si intreccia con danni concreti, erosione costiera, mareggiate e imprese che, dopo il ciclone Harry, si sono trovate a dover ricostruire stabilimenti, servizi e sicurezza senza alcuna certezza sul futuro.
È da questo quadro reale, e non da astratte ricostruzioni ministeriali, che nasce la richiesta avanzata da Assobalneari Calabria di spostare la scadenza delle concessioni dal 2027 al 2033, una proroga ritenuta indispensabile per consentire investimenti, accesso al credito e recupero delle strutture colpite. Una posizione che, sul piano sostanziale, appare difficilmente contestabile: nessuna impresa può programmare la ricostruzione di beni danneggiati se lo Stato continua a lasciare sul tavolo una scadenza ravvicinata e un quadro normativo instabile.
Su questo fronte la Calabria aveva provato ad aprire un varco politico concreto anche a Roma, con l’emendamento che avrebbe esteso fino al 30 settembre 2030 le concessioni nelle regioni colpite dagli eventi meteorologici estremi, cioè Calabria, Sicilia e Sardegna. Ma il tentativo si è arenato in Commissione Bilancio del Senato, dopo il parere negativo del Ministero dell’Economia e la contestazione della mancanza di adeguate coperture finanziarie. Ed è proprio qui che emerge tutta la contraddizione del sistema: si riconosce l’eccezionalità dei danni, si ammette l’esigenza di ripristinare le aree demaniali e si sa che molte imprese devono ammortizzare nuovi investimenti, ma poi si blocca tutto dietro il paravento tecnico-contabile.
Nodo politico
La verità è che lo stop del Senato non cancella affatto la fondatezza della richiesta calabrese, ma dimostra semmai quanto il dossier balneari resti ostaggio di una visione centralista e burocratica che fatica a distinguere tra proroghe speculative e misure straordinarie rese necessarie da calamità ed erosione. In questo contesto si collocano anche le prese di posizione attribuite a Filippo Mancuso, vicepresidente della Regione Calabria, orientate a sostenere una difesa più energica del comparto e a valutare ogni strada utile sul piano istituzionale e giuridico. La linea politica calabrese, in sostanza, è chiara: non si può chiedere agli imprenditori di ripartire, investire e garantire servizi turistici di qualità mentre lo Stato continua a trattarli come concessionari a termine da accompagnare verso l’uscita.
Mosse regionali
Non a caso la Regione ha già annunciato modifiche legislative in materia di concessioni demaniali marittime per introdurre maggiore flessibilità normativa e favorire la ripartenza delle attività lungo le coste colpite dal maltempo. A questo si è aggiunto, in aprile, il via libera in IV Commissione Ambiente a due proposte di legge: una misura straordinaria limitata alla stagione balneare 2026 per i Comuni interessati dalle ordinanze emergenziali e un secondo intervento con finalità più strutturali sulla gestione delle spiagge. Si tratta di segnali importanti, perché mostrano come la Calabria stia tentando di costruire una risposta territoriale concreta mentre a livello nazionale prevale ancora una linea di chiusura.
Il punto politico vero è che i balneari calabresi non stanno chiedendo privilegi, ma il minimo indispensabile per non essere travolti due volte: prima dagli eventi climatici, poi dall’incertezza normativa. Continuare a evocare soltanto i vincoli europei o la necessità delle gare, senza distinguere le situazioni emergenziali e senza riconoscere gli investimenti già effettuati dalle imprese, rischia di trasformare una disciplina amministrativa in una forma di accanimento istituzionale contro un settore che sostiene occupazione, turismo e presidio del litorale. Per questo la battaglia calabrese merita attenzione: non è una difesa corporativa, ma la richiesta di un principio elementare di equità, cioè che chi ha subito danni straordinari non venga lasciato solo proprio nel momento in cui dovrebbe ricostruire.
La Calabria ha scelto di non piegarsi a una lettura fredda e uniforme del dossier balneari, rilanciando una richiesta di proroga che dopo i cicloni appare non solo legittima, ma doverosa. Lo stop del Senato ha fermato, per ora, il percorso parlamentare, ma non ha risolto il problema politico e giuridico di fondo: senza certezze, senza tempi congrui e senza tutela per chi ha investito sul demanio, il rischio è compromettere non solo le imprese, ma interi tratti dell’economia costiera del Mezzogiorno.