Ad Arma di Taggia la discussione sulle concessioni balneari non riguarda più soltanto bandi, punteggi o profili giuridici, ma investe un’idea più ampia di territorio, comunità e accessibilità sociale che molti residenti avvertono come sempre più fragile. In questo quadro si inserisce il post di Mauro Pinna, pubblicato nel gruppo Facebook “Il Mugugno di Arma e Taggia”, che dà voce a un disagio diffuso e, pur nascendo da una riflessione locale, tocca temi centrali dell’intera vicenda italiana delle concessioni demaniali marittime: promesse politiche, rinvii, gare, indennizzi insufficienti o assenti, timore di espulsione dei gestori storici e trasformazione sociale del litorale.
Ma il Cielo è Sempre Più Blu.
C’è una storia che si ripete lungo tutta la costa italiana e per capirla bisogna partire da Roma. Per anni la politica nazionale ha usato la retorica della difesa dell’italianità, della tutela delle famiglie, del rispetto delle tradizioni balneari, per evitare di applicare la direttiva europea Bolkestein, quella che impone la messa a gara delle concessioni. Un rinvio dopo l’altro, una proroga dopo l’altra, fino a quando i tribunali europei hanno smesso di aspettare. Il risultato di questa strategia, però, non è stato proteggere i piccoli gestori: è stato abbandonarli.
C’è un dettaglio che la Meloni citava spesso, nelle interviste del 2022 e 2023, quando ancora si batteva in difesa dei balneari italiani: “Vogliono costringere noi a fare le aste per le assegnazioni, mentre altri paesi hanno prorogato le concessioni”. Era un argomento apparentemente solido. In Spagna e Portogallo, in effetti, le concessioni possono essere rinnovate fino a 75 anni in determinate circostanze. In Croazia esistono due tipi di concessione: una leggera a cinque anni, e una più strutturata che può arrivare anche a 50-60 anni in caso di costruzione di edifici di particolare pregio. Sembrava una disparità di trattamento. Sembrava un’ingiustizia europea.
Il problema è che le cose stavano diversamente. In campagna elettorale Meloni aveva dichiarato la sua contrarietà alle gare e promesso di salvaguardare gli attuali titolari. Sosteneva che la direttiva Bolkestein si occupa di servizi, e visto che le concessioni balneari riguardano beni demaniali, a loro non si dovrebbe applicare. Una tesi già bocciata più volte dai tribunali italiani ed europei. Una volta al governo, ha continuato a dichiarare la sua opposizione alle gare, ritenendo che potessero compromettere la tipicità italiana dei concessionari storici. Poi, una proroga dopo l’altra, ogni volta dichiarata illegittima dal Consiglio di Stato, il governo ha infine ceduto alla Bolkestein, con grande amarezza dei balneari stessi, che si sono sentiti abbandonare da un esecutivo che consideravano amico.
Il risultato è anni di promesse che hanno alimentato aspettative, nessuna norma nazionale che stabilisse criteri seri di indennizzo o diritti di prelazione basati sulla professionalità e alla fine i Comuni lasciati soli a costruire i bandi come meglio credevano, o come peggio potevano.
Senza una norma nazionale forte, ogni Comune ha proceduto per conto proprio. Il risultato è una mappa a macchia di leopardo: bandi diversi, criteri diversi, esiti diversi. Alcuni ragionevoli, altri no, e alcuni, come quello del Comune di Taggia, che sembrano scritti non per selezionare il gestore migliore, ma per selezionare il gestore più ricco.
Perché il problema non è la gara in sé. È cosa ci metti dentro.
Quando un bando chiede al concessionario di farsi carico della difesa costiera, della passeggiata antistante, del verde pubblico, dell’arredo urbano, di due bagnini sulle spiagge libere, della navetta, dei parcheggi, del rifacimento completo della spiaggia e della sponsorizzazione delle manifestazioni pubbliche del Comune, non sta selezionando un imprenditore turistico. Sta cercando un finanziatore di opere pubbliche. Sta scaricando sul privato quello che dovrebbe essere onere collettivo, e lo chiama “gara trasparente”. Quando poi aggiunge punteggi premianti per ombrelloni a quattro metri, lettini e cabine nuovi del 2025, strutture appena costruite, cioè per chi ha già capitali ingenti o chi arriva con i capitali pronti, il disegno diventa nitido. Non è una porta aperta, è una porta calibrata su una misura precisa. E quella misura esclude chi ha lavorato per decenni con passione e prezzi accessibili, e include chi può investire centinaia di migliaia di euro senza battere ciglio.
Le conseguenze sono matematiche, non politiche. Se un gestore deve sobbarcarsi investimenti di quella portata, i costi ricadranno sui prezzi. Un ombrellone, un lettino, un abbonamento stagionale diventano beni di lusso. La spiaggia, storicamente luogo popolare, presidio di socialità, spazio in cui famiglie di ceto medio si ritrovavano estate dopo estate, si trasforma in un prodotto premium per un turismo selezionato. I residenti restano fuori. Le famiglie locali restano fuori. E il mare, che era di tutti, diventa di chi può permetterselo.
Ad Arma il mare c’è ancora, si vede anche dalla Via Aurelia, lo senti la mattina quando il vento gira. È lì, fedele, indifferente alla storia degli uomini che ci vivono intorno. Ma il mare, a guardarlo bene, è diventato una scenografia. Bello, sì. Accessibile, sempre meno.
Roberto, Patrizia, Raffaello, Mauro, ( prendo loro come esempio , ma è rivolto anche a tutti gli altri) gestiscono i lidi da decenni. Non è un’impresa, nel senso freddo della parola: è una famiglia che ha scelto una spiaggia e ci ha costruito sopra una vita intera. I clienti che tornano ogni estate, i bambini che diventano ragazzi sotto quegli ombrelloni, il prezzo accessibile tenuto basso con la stessa ostinazione con cui si tiene in piedi una promessa. Tutto questo, in una lettera scritta con il cuore pesante, lo stanno salutando.
Lo scrivono con una chiarezza che fa male: questa sarà probabilmente la nostra ultima stagione. ( Potete leggere la lettera sulle rispettive pagine FB ). Non per scelta nostra. Quattro parole che contengono tutto. Non hanno smesso di volerlo fare. Non si sono stancati. Non hanno trovato qualcosa di migliore. Semplicemente, il sistema è stato ridisegnato in modo che loro non ci stiano più dentro. Con educazione, con le carte in regola, con un bando pubblicato nella piena legalità.
E allora ti chiedi: quanto costerà un lettino il prossimo anno su quella spiaggia? Chi potrà ancora permettersi di passarci l’estate? Chi sarà il bagnino che conosce i nomi dei bambini? Perché c’è qualcosa che i bilanci non registrano e i bandi non valutano, il valore di una persona che ti conosce, che sa come sei fatto, che tiene d’occhio tuo figlio in acqua non perché è pagata per farlo, ma perché lo fa da quindici anni e ormai è così. Quel valore non ha una casella nel modulo. Non dà punteggi. Non vince le gare.
Ma ad Arma la storia non finisce con le spiagge. Risali dalla riva verso il centro, e trovi l’altro capitolo.
Comincia tutto da una serranda. Poi ne trovi un’altra. Poi un’altra ancora, e a quel punto smetti di contare e cominci a capire. Il centro di Arma non è morto di colpo, è svanito lentamente, nel modo in cui svaniscono le cose a cui non si presta abbastanza attenzione. Un negozio che non rinnova il contratto. Una famiglia che decide che non vale più la pena. Un’insegna che sbiadisce e non viene rifatta. E così via, stagione dopo stagione, finché quello che resta è una geometria di vetrine vuote e una domanda sospesa nell’aria: quando è cominciato, esattamente?
È cominciato con le scelte. Non con la crisi, non con l’online, non con i tempi che cambiano, quelle sono le giustificazioni comode, le narrative che tolgono responsabilità e le dissolvono nel destino. È cominciato quando qualcuno ha firmato i permessi. Quando si è deciso che il futuro del territorio stava nella grande distribuzione, nell’ipermercato raggiungibile a piedi dal centro ( paradosso grottesco che dice tutto ), nel centro commerciale che cresce dove c’era campagna, artigianato o semplicemente spazio. Tutto regolare. Tutto autorizzato. Tutto letale.
I dati nazionali non fanno ridere. In dieci anni sono spariti oltre 115.000 negozi tradizionali in Italia, uno su cinque. Ventisei milioni di italiani vivono in comuni che hanno perso almeno un servizio commerciale essenziale. Non è una fatalità. È il saldo finale di decenni di politiche territoriali che hanno scelto il grande sul piccolo, la rendita sull’identità, il flusso sulla relazione.
Oggi sulla Via Aurelia c’è un cartello luminoso. Di notte brilla, e dice: “compra nei negozi di vicinato. Sostieni il commercio locale”. L’ha commissionato l’amministrazione. La stessa che i permessi li ha firmati. Ti fermi, leggi, e per un momento il mondo ti sembra un posto dotato di un senso dell’umorismo molto nero. Prima svuoti il paziente, poi gli metti un cerotto luminoso sull’ arteria di viabilità principale e ti complimenti per la tua sensibilità.
Il risultato, sommando serrande e spiagge, è un territorio che si svuota da due lati insieme. Dal centro verso il mare, dalla riva ai vicoli. Come se qualcuno stesse lentamente togliendo le fondamenta, un mattone alla volta, con molta pazienza e poca consapevolezza e intanto il cartello brilla. “Compra sotto casa”, dice e forse non sa, o forse sa benissimo che casa, nel senso in cui lo intendeva una volta questa parola, sta diventando un posto sempre più difficile da abitare. Non perché manchino le case. Perché manca quello che le case intorno ci mettevano: la bottega, il bar, il negoziante, il bagnino che ti conosce da quando eri bambino. Quella texture invisibile che non appare in nessun piano urbanistico e non ha voce in nessuna delibera, ma che è esattamente la differenza tra un luogo e un non-luogo.
Ad Arma di Taggia il mare c’è ancora. Ma il paese, quello vero, quello fatto di persone che si incrociano e si riconoscono e si sostengono, quel paese sta chiedendo aiuto da anni. E l’unica risposta che ha ricevuto, finora, è un cartello luminoso su un arteria di viabilità principale. Forse bastano le serrande abbassate, i gestori storici che non ci saranno più, la tristezza evidente sul viso di entrambi parlano già abbastanza forte. Il problema è che qualcuno ha smesso da tempo di ascoltare.
Le parole di Pinna trovano oggi un riscontro diretto nelle obiezioni formulate dai balneari, che non contestano solo il principio della gara ma soprattutto il contenuto concreto del bando. Alcuni operatori hanno presentato al Comune un’istanza di revoca o di correzione di diversi aspetti della procedura, ritenuti penalizzanti per le strutture storiche e poco coerenti con il modello turistico di Arma di Taggia.
Tra le criticità segnalate compaiono il punteggio attribuito all’aumento delle distanze tra ombrelloni, la riduzione delle superfici occupate dai manufatti e il peso attribuito a investimenti recenti, come lettini e cabine nuovi, elementi che secondo i concessionari favorirebbero soggetti più forti sul piano finanziario. Nello stesso quadro vengono richiamati anche i numerosi oneri richiesti al futuro concessionario, tra cui protezione costiera, verde pubblico, arredo urbano, navetta, parcheggi, sponsorizzazioni e servizi ulteriori, con costi che per gli operatori locali rischiano di risultare insostenibili.
Il timore che il nuovo assetto finisca per allontanare la spiaggia dalla sua funzione popolare e familiare. Uno dei punti più delicati riguarda l’effetto economico delle prescrizioni richieste, perché se la concessione viene caricata di opere, servizi e investimenti molto onerosi, il rischio indicato dagli operatori è che i costi si trasferiscano inevitabilmente sui prezzi finali. Questa linea coincide con quanto già denunciato nelle settimane scorse da associazioni e stampa locale, secondo cui il bando di Taggia potrebbe penalizzare gli operatori storici e alterare l’equilibrio economico del comparto balneare cittadino
Arma di Taggia ha storicamente un turismo diverso da quello di località più orientate al lusso, come Sanremo, e che un innalzamento generalizzato dell’offerta potrebbe rompere il rapporto costruito negli anni con famiglie, clienti abituali e frequentatori stagionali. È questo il passaggio che rende la vicenda più politica che tecnica: la discussione non riguarda solo chi vincerà le concessioni, ma quale identità turistica resterà al territorio dopo la gara.
Il sindaco Mario Conio evidenzia che i requisiti e i criteri previsti dalla legge non lascerebbero margini significativi di discrezionalità. L’istanza depositata dai concessionari, aggiunge l’amministrazione, è stata acquisita agli atti e sarà riscontrata nei termini di legge.
Questo passaggio è importante perché mostra come il conflitto si stia spostando dal piano della semplice protesta a quello del confronto formale sugli atti. Ed è proprio qui che il post di Mauro Pinna acquista ancora più forza narrativa: non come lamento isolato, ma come racconto di una frattura ormai visibile tra impostazione amministrativa, sostenibilità economica e identità sociale del litorale di Arma.
Il punto, allora, non è più soltanto stabilire se le gare si debbano fare, ma decidere che cosa debbano premiare. Perché se i criteri finiscono per favorire soprattutto chi ha più capitale, più strutture nuove e maggiore capacità di assorbire oneri pubblici impropri, il rischio denunciato da Mauro Pinna e oggi rilanciato dagli stessi balneari di Arma di Taggia è che la legalità formale coincida con la cancellazione di un intero modello di turismo familiare costruito in decenni di lavoro.