Nella querelle degli infoiati a favore delle aste, i quali non producono alcuna valutazione economica e sociale rispetto alla eventuale decisione, men che meno per quel che riguarda, in caso di riduzione delle concessioni, i mancati introiti e le maggiori spese per le Pubbliche Amministrazioni – ravvisandosi, in caso di mancata o scorretta valutazione in sede procedimentale, il rischio di un danno erariale a carico di sindaci, assessori e pubblici funzionari “distratti” – sfugge il nodo alla base di qualsiasi decisione. Un elefante nella stanza che si evita di affrontare e che invece è lì, e la legge, in questo caso consolidata, non si può raggirare.
I concessionari hanno sottoscritto un contratto con lo Stato in base al quale, rispettando tutte le disposizioni demaniali, urbanistiche e di servizi prescritte, avevano il “diritto di insistenza”. Sulla base di questa disposizione hanno investito e hanno scelto di trasformare quel lavoro in un lavoro per sé e per la famiglia. Nel momento in cui lo Stato Italiano decide di abrogare il “diritto di insistenza”, si apre un nuovo scenario. Può lo Stato Italiano decidere di mettere tutte le concessioni all’asta, di trasformarle tutte in concessioni gestite dal pubblico, o di abbatterle e destinarle tutte a spiaggia libera? Certo.
Ma può, allo stesso tempo, azzerare i diritti che lui stesso ha concesso a coloro che hanno investito, ripagato debiti, chiuso ipoteche, per svolgere legittimamente l’attività che lo Stato ha concesso, e concedendolo agevolato? Come in qualsiasi contratto tra due parti, quando una delle due recede, la procedura civilistica prevede un percorso semplice. In questo caso lo Stato, riappropriandosi del bene per cederlo (gratuitamente!) ad altri soggetti privati, va in corso ad un ulteriore rischio sul quale per ora soprassediamo. Il mancato rispetto del contratto comporta il pagamento del valore del bene, in questo caso l’azienda, che non è un’azienda capitalistica e non può essere spostata da Fregene a Bellaria o da Spotorno alla Normandia, e il risarcimento danni. Tutto secondo prassi consolidata da decenni, se non secoli. Nel caso in cui si pensi che questo non debba avvenire, contravvenendo la regolazione di rapporti contrattualistici bilaterali, saranno presentati, a centinaia e migliaia, ricorsi con la richiesta del pagamento del valore aziendale, del risarcimento danni, dei danni biologici. Come si fa sempre in casi del genere.

Per questo dal Ministero non ci si muove, nonostante le richieste assurde di Sib e Fiba in tal senso. Perché nessuno vuole firmare un atto che poi sarà impugnato con richieste di risarcimento che cumulate rischiano di rovinare funzionari e politici per generazioni. Per lo stesso motivo, sono pochi i comuni che agiscono, e chi incomincia raramente arriva alla conclusione – di fatto bloccando il settore, si pensi ai casi di Ostia e Jesolo – se non per porzioni marginali: nessun dirigente e funzionario comunale e men che meno sindaci e assessori, se non ingenui, se la sentono di rischiare così tanto di fronte a una comprensibile richiesta di risarcimento danni che un qualsiasi giudice, sulla scorsa di una giurisprudenza acclarata, potrà ritenere congrua.
Facile a dire “alle aste, alle aste!”, ma ribaltare un rapporto giuridico come quello definito dal Codice della Navigazione non è un pranzo di gala.
Possiamo ancora difendere, il nostro lavoro, dall’attacco della politica tutta, a 360 gradi., Senza distinzione di bandiere.
Non ci sentiamo rappresentati, da questi politicanti che invece di difendere il lavoro degli Italiani, le nostre aziende, sono li, sulle poltrone e strapagati da NOI solo x finire di svendere a multinazionali e mafia, la nostra cara e bella Italia.