Bando-tipo, l’ANCI chiede di rivedere il testo: “Criticità su scarsità e indennizzi”. De Pascale: “Lo Stato incassa, ai Comuni cause e ricorsi”

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Dai 70 Comuni riuniti nella Commissione Demanio arriva una richiesta di modifica dello schema di bando-tipo predisposto dal MIT. Silvetti chiede regole non equivocabili, Terrile una compartecipazione ai costi sostenuti dagli enti locali. Anche de Pascale attacca: “Il bando scarica sui Comuni un peso enorme”.

Il fronte dei Comuni entra con decisione nella partita delle concessioni balneari. L’ANCI, al termine della Commissione dedicata allo schema di bando-tipo alla quale hanno partecipato rappresentanti di oltre 70 Comuni costieri italiani, chiede infatti che il testo venga ulteriormente perfezionato prima di diventare il riferimento operativo per le future gare.

A mettere nero su bianco le perplessità dell’associazione è il sindaco di Ancona e vicepresidente vicario dell’ANCI Daniele Silvetti, secondo il quale la priorità è tutelare le amministrazioni chiamate materialmente a gestire le procedure. I Comuni, ha spiegato, hanno bisogno di “supporto e indicazioni chiare e non equivocabili” per evitare di esporsi a nuovi contenziosi e ai conseguenti costi. Nel mirino finiscono soprattutto il principio della scarsità della risorsa e la disciplina degli indennizzi, due aspetti che, secondo l’ANCI, non risultano ancora sufficientemente definiti.

La posizione è particolarmente significativa perché arriva dall’associazione che rappresenta proprio gli enti destinati a trasformare le indicazioni nazionali in singole procedure di gara. L’ANCI non contesta quindi soltanto il merito di alcune soluzioni previste dalla bozza, ma pone una questione più generale: quanto spazio resta all’interpretazione delle amministrazioni e, soprattutto, chi si farà carico delle conseguenze di eventuali ricorsi?

È su questo secondo profilo che interviene il vicesindaco di Genova e presidente della Commissione Demanio dell’ANCI, Alessandro Terrile. I Comuni, sottolinea, sostengono già oggi “oneri amministrativi pesantissimi” e spese straordinarie legate anche alla difesa legale nei continui ricorsi. Da qui la richiesta di una compartecipazione dello Stato alle spese sostenute dagli enti locali, considerato che il gettito dei canoni demaniali viene riversato allo Stato. “I Comuni non devono essere lasciati soli”, è la conclusione di Terrile.

Il tema era già stato sollevato con forza nei giorni scorsi dal presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale e torna oggi al centro del dibattito. A margine della tappa riminese del tour della Giunta regionale, de Pascale ha definito il bando-tipo un provvedimento che presenta anche elementi positivi, ma che “scarica addosso ai Comuni un peso enorme”. La sua critica ruota esattamente attorno allo stesso squilibrio denunciato dall’ANCI: “Gli introiti dei canoni demaniali vanno allo Stato, le cause e i ricorsi andranno ai Comuni”.

Per de Pascale, inoltre, l’incertezza normativa che ha accompagnato per anni il settore ha frenato pesantemente finanziamenti e investimenti nel turismo balneare. Il presidente regionale chiede quindi che la nuova fase non si trasformi in un ulteriore elemento di instabilità per le imprese e per le amministrazioni locali.

Ma la questione della scarsità della risorsa sta assumendo un rilievo ancora maggiore. Dall’Abruzzo è arrivata oggi la presa di posizione del delegato regionale Nicola Campitelli, che ha ribadito la necessità di una valutazione collegata alle caratteristiche dei singoli territori. Secondo Campitelli, la Regione deve poter svolgere la propria valutazione nell’ambito delle competenze regionali e il bando-tipo dovrebbe rappresentare un supporto, non uno strumento capace di predeterminare le decisioni delle amministrazioni. Anche l’eventuale richiamo alla scarsità, sostiene, dovrebbe avere carattere ricognitivo e non fissare preventivamente criteri e ambiti territoriali.

Una posizione che si intreccia con quella espressa in questi giorni da altre amministrazioni regionali e locali e che riporta al centro uno dei nodi più delicati dell’intera vicenda: la differenza tra un modello nazionale uniforme e la necessità di tener conto delle caratteristiche concrete delle singole coste.

Anche dalle Marche è arrivata oggi una critica alla gestione nazionale della partita. La consigliera regionale Valeria Mancinelli ha contestato l’incertezza lasciata sulle amministrazioni costiere, sostenendo che la questione della scarsità non possa essere affrontata con dichiarazioni generiche e chiedendo una scelta chiara a livello nazionale. Nella sua lettura, il rischio è ancora una volta quello di trasferire sui Comuni la responsabilità delle conseguenze di decisioni assunte altrove.

Il fronte delle associazioni di categoria, intanto, appare meno compatto. CNA Balneari esprime un giudizio parzialmente positivo, sottolineando che nello schema sono state recepite numerose proposte dell’associazione: valorizzazione della qualità progettuale, attenzione alle micro e piccole imprese e alle aziende familiari, continuità occupazionale, accessibilità e sostenibilità. Restano però, secondo CNA, diversi nodi da sciogliere, a partire dalla tutela degli investimenti, dall’equa remunerazione, dalle strutture esistenti e dalla continuità aziendale.

Una linea diversa emerge invece da Confimprese Demaniali Italia, che giudica la bozza come il risultato di anni di evoluzione normativa e giurisprudenziale, ma chiede una norma nazionale capace di accompagnare concretamente la determinazione della percentuale di aree demaniali concedibili. L’associazione mette inoltre in guardia dal rischio di concentrazione del mercato e chiede un rafforzamento delle premialità per gli imprenditori che hanno investito e valorizzato le coste italiane.

Più duro il giudizio dell’ITB, che oggi ha rilanciato la propria opposizione allo schema, annunciando una battaglia legale e richiamando ancora una volta il tema della scarsità, della mappatura e delle opere presenti sulle aree demaniali.

Sul piano tecnico, lo schema predisposto dal MIT prevede concessioni di durata compresa tra 5 e 20 anni, gare da avviare entro il 30 giugno 2027, continuità del servizio fino all’effettivo subentro e un criterio di aggiudicazione basato sull’offerta economicamente più vantaggiosa. La componente economica non può superare il 10% del punteggio massimo dell’offerta tecnica; sono inoltre previste limitazioni alla concentrazione dei lotti e una disciplina dell’indennizzo legata agli investimenti non ammortizzati e all’equa remunerazione degli investimenti effettuati negli ultimi cinque anni. Il testo resta comunque suscettibile di modifiche nel corso dell’iter di approvazione.

Ed è proprio qui che la giornata di oggi produce un elemento politico nuovo. Per la prima volta il problema del bando-tipo non viene sollevato soltanto dai concessionari o dalle loro associazioni, ma direttamente dai Comuni chiamati ad applicarlo. ANCI, Regioni e diversi esponenti del mondo imprenditoriale stanno chiedendo, con motivazioni differenti, che il testo venga ancora modificato.

La questione non riguarda quindi soltanto il contenuto delle future gare. Riguarda anche chi dovrà assumersi il rischio amministrativo e finanziario delle nuove procedure, quale sarà il ruolo delle Regioni nella valutazione della scarsità e quanto effettivamente sarà definito dal modello nazionale prima che i singoli Comuni inizino a pubblicare i propri bandi.

Ed è probabilmente questo il vero fronte che si apre dopo l’arrivo del bando-tipo: non più soltanto la discussione su come fare le gare, ma sulla necessità che Stato, Regioni e Comuni condividano fino in fondo responsabilità, regole e conseguenze delle decisioni che verranno assunte.

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