Concessioni balneari, nuovo confronto al MIT: restano aperti i nodi su canone, autonomie e scarsità

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Foto di Carlo Dani

Nuovo round di confronto sul bando-tipo nazionale per l’affidamento delle concessioni balneari. Nella giornata di oggi il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha riunito i soggetti interessati per esaminare un testo che, a distanza di mesi dalle prime bozze, non ha ancora raggiunto una formulazione definitiva. Le informazioni disponibili confermano che il confronto riguarda soprattutto il peso del canone nella componente economica dell’offerta e gli spazi di adattamento riconosciuti agli enti territoriali.

Il testo resta provvisorio

La riunione non si è conclusa con un’intesa definitiva. Prosegue quindi il lavoro tecnico su un documento che dovrebbe fornire a Comuni e altri enti concedenti indicazioni omogenee per costruire le procedure di gara, senza però cancellare le competenze regionali e locali.

La natura ancora provvisoria emerge anche dalla bozza revisionata il 14 settembre. Nell’introduzione è rimasto il segnaposto “XXX” relativo alla data del parere della Conferenza unificata, mentre numerosi parametri operativi — soglie, percentuali e limiti numerici — devono ancora essere completati dagli enti concedenti o definiti prima dell’approvazione finale.

Il nodo del canone

Uno dei principali punti di discussione riguarda il canone concessorio. Da una parte c’è chi sostiene la necessità di criteri sufficientemente omogenei su tutto il territorio nazionale; dall’altra, Regioni ed enti locali chiedono di conservare margini di intervento per tenere conto delle differenti caratteristiche economiche, turistiche e morfologiche delle coste.

La bozza prevede che il canone sia indicato nelle schede relative ai singoli lotti, ma lo qualifica come provvisorio e soggetto a conguaglio, agli adeguamenti normativi e alle variazioni collegate alle opere proposte dall’aggiudicatario. Per comprovate esigenze, il canone può inoltre entrare nella componente economica dell’offerta, sebbene con un peso limitato rispetto alla valutazione tecnica.

Proprio questa elasticità alimenta il confronto. Un’eccessiva uniformità rischierebbe di non considerare le differenze territoriali; una discrezionalità troppo ampia, invece, potrebbe produrre trattamenti molto diversi tra Comuni e Regioni, rendendo meno omogeneo il mercato nazionale.

Gare e tutele

La seconda area di discussione riguarda l’architettura delle gare: requisiti di partecipazione, limiti al numero di lotti aggiudicabili, criteri di valutazione, durata delle concessioni e tutela degli attuali gestori.

La bozza propone un sistema fondato prevalentemente sulla qualità del progetto. Tra gli elementi valutabili figurano sostenibilità ambientale, accessibilità, destagionalizzazione, continuità occupazionale, esperienza professionale e possibile acquisto dei beni amovibili del concessionario uscente. Tuttavia, diversi passaggi conservano valori indicati con “XX” o “XXX”, lasciando ancora aperte soglie decisive per l’applicazione concreta delle gare.

Resta delicata anche la disciplina dell’indennizzo. Il testo prevede una perizia asseverata sul valore degli investimenti non ammortizzati e sull’equa remunerazione degli investimenti effettuati negli ultimi cinque anni; le spese sono poste a carico dell’uscente che richiede la valutazione. Se il concessionario non domanda la perizia, la bozza stabilisce che il valore dell’indennizzo e dei beni indicato nel bando sia pari a zero.

Il nuovo scontro sulla scarsità

Nel confronto odierno sarebbe emersa anche una proposta più radicale: eliminare dal bando-tipo ogni riferimento alla scarsità della risorsa naturale. La richiesta, secondo quanto riferito al termine del tavolo, sarebbe stata sostenuta da alcune Regioni, fra le quali rappresentanti della Regione Liguria. In assenza di un verbale o di un documento ufficiale pubblicato, il punto deve essere presentato come una posizione emersa nel confronto e non ancora come una modifica approvata.

Se confermata, non si tratterebbe di una semplice correzione formale. La bozza del 14 settembre dedica infatti una parte significativa proprio all’accertamento della scarsità, attribuendo all’ente concedente il compito di verificare se le aree disponibili siano limitate e chiedendo che la valutazione avvenga secondo criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati.

Il documento prevede inoltre che l’accertamento sia preceduto dalla ricognizione delle concessioni esistenti, dalla mappatura delle aree potenzialmente concedibili e dalla verifica della loro concreta utilizzabilità economica. Alle Regioni viene riconosciuta la possibilità di fissare criteri tecnici e metodologici uniformi, mentre ai singoli enti concedenti spetta applicarli alle specifiche condizioni territoriali.

Una modifica sostanziale

L’eliminazione integrale dei riferimenti alla scarsità cambierebbe quindi l’impostazione giuridica e operativa del documento. Verrebbe meno non soltanto il richiamo a un principio europeo, ma anche la parte che indica a Regioni e Comuni come svolgere la ricognizione e quali fattori considerare.

La questione è particolarmente sensibile perché l’articolo 12 della direttiva 2006/123/CE collega la procedura selettiva all’ipotesi in cui il numero delle autorizzazioni disponibili sia limitato per la scarsità delle risorse naturali o delle capacità tecniche. La stessa bozza richiama, sul punto, le sentenze della Corte di giustizia Promoimpresa del 2016 e Comune di Ginosa del 2023.

Nel testo revisionato il 14 settembre continua invece a mancare un riferimento espresso alla pronuncia della Corte di giustizia del 10 luglio 2026, intervenuta nuovamente sul rapporto tra obbligo di selezione e accertamento della scarsità. Il confronto politico sembra ora andare oltre il problema dell’aggiornamento giurisprudenziale: alcune amministrazioni territoriali punterebbero infatti a espungere l’intero tema dal bando-tipo.

Autonomie in primo piano

La proposta attribuita ad alcune Regioni deve essere letta anche nel quadro del confronto sulle autonomie. Eliminare la sezione nazionale sulla scarsità potrebbe lasciare maggiore spazio alle valutazioni regionali e comunali, ma rischierebbe contemporaneamente di ridurre l’uniformità metodologica che il bando-tipo dovrebbe garantire.

La posizione appare particolarmente significativa per la Liguria, dove la conformazione del litorale e la limitata disponibilità di arenili rendono centrale la valutazione concreta delle aree effettivamente utilizzabili. In precedenti interventi provenienti dal territorio ligure era stata sottolineata proprio la necessità di verifiche comunali caso per caso, fondate però su criteri trasparenti e omogenei.

Le prossime correzioni

Il confronto resta dunque aperto almeno su quattro fronti:

  • Il peso del canone nell’offerta economica.
  • L’equilibrio tra disciplina nazionale e autonomia degli enti territoriali.
  • La definizione dei requisiti e dei criteri di aggiudicazione.
  • La permanenza o l’eliminazione dei riferimenti alla scarsità della risorsa.

Le prossime versioni del documento chiariranno se la proposta sulla scarsità sarà recepita, ridimensionata oppure respinta. Fino all’approvazione definitiva e al parere della Conferenza unificata, il bando-tipo rimane uno schema in evoluzione: utile per comprendere l’indirizzo seguito dal MIT, ma non ancora idoneo a offrire agli enti locali e agli operatori quel quadro stabile e uniforme che rappresenta la sua principale finalità.

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