Di Stefano Franchi
C’è un’immagine che nel pensiero collettivo non tramonta mai: il gestore di uno stabilimento balneare visto come un re Mida in costume e ciabatte. Una persona fortunata che a maggio apre il cancello di una spiaggia attrezzata, pianta qualche decina di ombrelloni, incassa montagne di contanti sotto il sole d’estate e a fine agosto ha già il biglietto in tasca per godersi l’inverno ai Caraibi.
L’equazione sembra perfetta: zero fatica, zero rischi, solo guadagno.
Ma chi pensa che gestire una spiaggia sia una rendita di posizione a costo zero non ha mai aperto il registro contabile di un’impresa balneare. O, molto più semplicemente, non ha mai guardato il mare d’inverno con la paura che ti inghiotta il lavoro di una vita.
Proviamo a fare un viaggio dietro le quinte fra scontrini, app del meteo, ruspe e ronde notturne.
- La primavera dei miracoli (e delle opere murarie)
Per il cliente in vacanza la spiaggia “nasce” a giugno: la sabbia è spianata, i lettini sono puliti, il bar profuma di caffè e le cabine sono accoglienti e dipinte di fresco. Per il gestore, quella spiaggia è un cantiere aperto da mesi.
In inverno la spiaggia non esiste. Le strutture vengono smontate, ritirate o blindate per proteggerle dalla salsedine e dalle mareggiate. Ogni primavera, prima ancora di staccare il primo scontrino, il concessionario deve tirar fuori decine di migliaia di euro. Sono necessari ingenti esborsi economici per ricostruire i moletti e le barriere di protezione, poiché in molte zone le mareggiate invernali distruggono i moli di contenimento e le scogliere, e il gestore deve accollarsi veri e propri interventi di ripristino prima ancora di poter posizionare le passerelle.
Fra le spese da affrontare non mancano quelle per il montaggio, il restauro e la sistemazione del litorale, a partire dalle verniciature, dalle riparazioni dei legni marciti, dagli impianti elettrici ed idraulici erosi dalla salsedine e da rimettere a norma, fino alle ruspe pesanti necessarie per livellare la sabbia e ripulirla dai detriti. Senza dimenticare le imposte da anticipare e le tasse “invisibili” come il canone demaniale, la TARI (la tassa sui rifiuti, che sui metri quadri delle spiagge raggiunge cifre astronomiche), i passi carrai, le licenze sanitarie e le assicurazioni.
È il principio della giostra: per farla girare due mesi, devi pagare il biglietto d’ingresso con almeno tre mesi d’anticipo.
- Il gestore diventa un bancomat per coprire le spese fisse (con il cappio delle “nuove norme”)
Avere uno stabilimento aperto significa coprire dei costi giganti, che non tengono conto degli incassi.
La prima trappola è la burocrazia che cambia le carte in tavola ogni anno. Ogni stagione balneare si apre con continui “aggiornamenti” obbligatori imposti da nuove norme regionali o circolari della Capitaneria. Un anno cambia la dotazione obbligatoria per la torretta del salvataggio, l’anno dopo serve una sedia speciale Kross per la disabilità, poi il modello di defibrillatore di nuova generazione o i pannelli antincendio con nuove certificazioni. Attrezzature perfettamente funzionanti dell’anno prima finiscono in cantina e il gestore deve ripartire da capo con nuovi acquisti.
Il secondo aspetto economicamente gravoso è la gestione della sicurezza obbligatoria per i bagnanti. Per legge, la spiaggia non apre senza il servizio di salvataggio a orari rigidi. Che ci siano 500 persone o zero clienti causa temporale o per via del rinvio dell’apertura o della chiusura delle scuole, lo stipendio e i contributi dei bagnini sono una spesa fissa intoccabile.
A tutto questo vanno aggiunti i costi per i “Vigilantes” contro i vandali. Nelle località balneari, molte notti estive sono teatro di atti vandalici, con bande di ragazzi che scavalcano, spaccano lettini, tagliano teli e imbrattano le strutture. Per evitare di trovare danni da decine di migliaia di euro la mattina dopo, i gestori sono costretti ad ingaggiare agenzie di sicurezza e vigilantes privati che pattugliano la spiaggia tutta la notte. Un costo enorme che non si vede, ma che pesa come un macigno sul bilancio.
- La roulette russa del meteo (vero e “ipotizzato”)
Uno stabilimento balneare si gioca la vita in circa 12-14 weekend compresi tra giugno e agosto. Il fatturato vero si fa nel fine settimana con i turisti delle grandi città.
Qui scatta una trappola moderna: il meteo “ipotizzato” dalle app e dai siti web. Non importa se poi il sabato mattina il cielo si rivela limpido e splende un sole bellissimo: se il giovedì o il venerdì gli algoritmi degli smartphone mettono la solita icona con la nuvoletta e tre gocce di pioggia, la gente cancella i viaggi e resta a casa.
L’effetto è devastante: la spiaggia resta semivuota per un “falso allarme”, ma il gestore ha già comprato il cibo fresco per il bar e ha il personale in servizio al completo. E se a luglio piove sul serio per tre weekend di fila, il gestore non perde solo qualche giornata di lavoro: perde il 30% del fatturato dell’anno intero.
- Il vero “Nemico” delle spiagge: Le Mareggiate e l’Erosione
C’è poi un fattore di rischio da non sottovalutare: la furia della natura.
Una mareggiata di scirocco o di libeccio non porta solo la pioggia. In tre ore d’onda anomala, il mare è in grado di spazzare via decine di metri di sabbia, distruggere dehor, cabine e impianti idraulici sotto sabbia.
Quando il mare attacca e deturpa il litorale in cui sono allestiti gli stabilimenti, il conto lo paga il gestore. Spesso si deve procedere al “ripascimento” (cioè comprare e far trasportare quintali di nuova sabbia) a proprie spese per non chiudere i battenti. Soldi spesi a fondo perduto: perché la mareggiata successiva, magari due settimane dopo, può mangiarsi di nuovo tutto.
- I pionieri del turismo: chi ha creato dal nulla il valore delle nostre coste?
C’è un ultimo elemento che le riforme burocratiche e i bandi d’ufficio spesso dimenticano: chi ha inventato tutto questo?
Molto stabilimenti balneari italiani appartiengono a famiglie che hanno iniziato questo lavoro in “tempi non sospetti”, quando la spiaggia non era affatto un affare d’oro. Decenni fa, dove oggi vediamo lungomare da sogno e boutique, c’erano solo dune selvagge, sassi, sterpaglie o le macerie lasciate dalla guerra.
Sono state queste famiglie di pionieri a rischiare i propri risparmi quando nessuno ci credeva: hanno spianato il terreno, piantato le prime cabine di legno, inventato il servizio di salvataggio e trasformato distese d’acqua in mete turistiche famose in tutto il mondo.
Senza l’ostinazione di questi visionari e senza la loro capacità di accogliere i turisti anno dopo anno, oggi non esisterebbero le spiagge turistiche per come le conosciamo. E non esisterebbero neppure i colossi del turismo balneare d’eccellenza che rendono celebri in tutto il mondo località come Riccione, Alassio, Capri o Taormina.
Il valore del rischio (e del lavoro) d’impresa
Spesso, quando si parla della direttiva europea Bolkestein e delle aste per le spiagge, si banalizza il dibattito dicendo: “È ora di togliere i privilegi ai balneari”. Ma prima di cancellare un settore economico con un colpo di penna, bisognerebbe farsi una domanda d’onestà: è giusto mettere a bando un mercato prendendo a zero euro il lavoro, i sacrifici e le intuizioni di chi quel mercato lo ha inventato dal nulla? Dietro i cancelli degli stabilimenti non ci sono solo gli incasso del weekend di ferragosto. Ci sono il rischio d’impresa, le spese vive per la sicurezza, le notti insonni con il bollettino delle mareggiate in mano, i debiti per rinnovare le strutture e la storia di generazioni di famiglie.
Togliere a queste imprese il valore dell’avviamento e degli investimenti fatti senza neppure riconoscergli il giusto indennizzo non è “libera concorrenza”: è solo ignorare come si costruiscono la ricchezza e l’identità economica di un Paese.