Spiagge in vendita: Perchè la Bolkestein rischia di distruggere un patrimonio nazionale

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Photo by Franck Ferrante on Pexels

Da quasi vent’anni si discute della direttiva Bolkestein, eppure la questione delle concessioni balneari rimane uno dei nodi irrisolti del rapporto tra Italia e Unione europea. La direttiva 2006/123/CE, nata per liberalizzare il mercato interno dei servizi in Europa, è diventata il principale strumento normativo che minaccia di cancellare un modello imprenditoriale unico al mondo: lo stabilimento balneare italiano a conduzione familiare.

Il punto d’arrivo attuale è chiaro: la scadenza delle concessioni è fissata al 30 settembre 2027, con obbligo per i Comuni di avviare le gare entro il 30 giugno 2027. Ma la domanda che pochi si pongono è: cosa succede davvero dopo quella data? Chi vince le aste? E a quale prezzo?

IL MODELLO FAMILIARE SOTTO ASSEDIO

Per capire cosa è davvero in gioco occorre partire da un dato concreto. Il settore balneare è un modello composto da una molteplicità di servizi peculiari del nostro Paese, costruito in oltre un secolo da migliaia di famiglie di onesti lavoratori che, oggi, rischiano di perdere sia il lavoro che l’azienda.

Non si tratta di grandi holding o multinazionali del turismo. Si tratta di famiglie che hanno investito i propri risparmi per decenni, che conoscono ogni cliente per nome e che hanno trasformato tratti di costa spesso dimenticati in luoghi vivi, presidiati, curati. La clientela degli stabilimenti balneari è ancora oggi largamente fidelizzata: più della metà è ospite da almeno 10 anni e quasi un terzo da oltre 15anni ( dati istat).

Questo legame tra gestore e comunità locale non è una rendita di posizione: è il risultato di decenni di lavoro, di investimenti, di rischio imprenditoriale. Un rapporto che nessun bando pubblico è in grado di riprodurre o trasferire a un nuovo soggetto.

LE ASTE E IL RISCHIO DEL GRANDE CAPITALE

Qui si annida la critica più profonda al meccanismo delle gare pubbliche così come attualmente strutturato. Le procedure competitive premiano naturalmente chi ha più risorse economiche da mettere in campo e , per es. non necessariamente chi ha più esperienza, più radicamento nel territorio, più capacità di offrire un servizio autentico.

I gruppi industriali sono favoriti perché le nuove procedure premiano non solo l’offerta economica, ma anche qualità dei servizi, piani di investimento, sostenibilità ambientale e tutela occupazionale. Si creano così gli spazi per l’ingresso di nuove realtà anche di profilo internazionale.

Il segnale più emblematico arriva direttamente dal mercato. È, per es., in corso di formazione un’iniziativa imprenditoriale dal nome evocativo di Onda, che riunisce nomi del capitalismo italiano con l’obiettivo di conquistare le concessioni delle più attrattive spiagge nazionali. Famiglie Lunelli, Marzotto e altri grandi nomi della finanza italiana si preparano a partecipare alle gare. La spiaggia, da luogo vissuto, diventa asset finanziario.

E’ questa la conseguenza più temuta da osservatori e operatori, ovvero la proliferazione di soggetti giuridici creati ad hoc. Si sta osservando la creazione di soggetti giuridici progettati per eludere i criteri di competenza ed esperienza settoriale, un meccanismo che penalizza gli imprenditori che hanno dedicato anni di attività e risorse al territorio.

IL COSTO SOCIALE: CHI PAGHERÀ IL CARO SPIAGGIE

La narrativa dominante sostiene che le gare abbasserebbero i prezzi grazie alla concorrenza. I dati reali raccontano una storia assai diversa. Chi subentra in una concessione attraverso un’asta competitiva ha sostenuto costi d’accesso enormi: deve ammortizzarli, e lo farà inevitabilmente sui prezzi al pubblico.

Il paradosso è già visibile oggi. E’ un illusione credere che con le multinazionali e i grandi investitori gli stabilimenti potranno diventare più accessibili. Credere, infatti, che i servizi offerti possano mai avere un carico economico più basso per i nuovi concessionari è impensabile. Basti pensare che dovranno ammortizzare i costi della completa ricostruzione dello stabilimento balneare e coprire i costi gestionali in meno di vent’anni-questo è il massimo periodo di assegnazione futura esplicate la gara- facendo anche utile è un illusione cui pochi possono credere. Il portafoglio dei clienti piangerà lacrime amare…

Il rischio concreto è la scomparsa dello stabilimento di fascia media, quello frequentato da generazioni di famiglie italiane con redditi medi. Il settore ha già registrato una contrazione tra il 20% e il 30% rispetto agli anni precedenti, sia in termini di presenze che di consumi, anche per via del minor potere d’acquisto delle famiglie. Se a questo si aggiunge la gestione industrializzata delle spiagge, il mare rischia di diventare un lusso per pochi.

L’IMPATTO ECONOMICO SUI TERRITORI

Lo stabilimento balneare non è un’isola economica. È il cuore pulsante di un ecosistema locale. Il bar del lido che si rifornisce dal produttore di granite del paese vicino, gli ombrelloni non fatti in Cina ma comprati – anzi fatti quasi su misura- dall’ombrellificio artigianale della zona, il noleggio di attrezzatura sportiva, la ristorazione a chilometro zero: tutto questo genera un indotto capillare che le grandi catene tendono a sostituire con fornitori centralizzati e standardizzati.

Gli stabilimenti balneari costituiscono un pilastro identitario ed economico per numerose comunità litoranee, e il settore genera un fatturato multimiliardario garantendo occupazione a centinaia di migliaia di lavoratori lungo gli oltre 7.000 chilometri di litorale nazionale ma occupandone meno di mille chilometri. Il giro d’affari complessivo del settore è stimato in 22 miliardi di euro.

Ma chi beneficia di questa ricchezza fa una differenza enorme: se è distribuita tra migliaia di famiglie imprenditrici locali, alimenta le economie dei comuni costieri. Se è concentrata in pochi grandi gruppi, gran parte defluisce fuori dal territorio e spesso dal territorio

IL PRINCIPIO DEL LEGITTIMO AFFIDAMENTO: UNA QUESTIONE DI CIVILTÀ GIURIDICA

Oltre alle ragioni economiche e sociali, esiste una questione di giustizia sostanziale che merita attenzione. Molti gestori hanno effettuato investimenti ingenti — strutture, infrastrutture, adeguamenti normativi — in un contesto legislativo che garantiva continuità. Se un concessionario ha ottenuto il titolo o effettuato investimenti massicci quando la legge nazionale garantiva una stabilità di lungo periodo, applicare oggi la tagliola della gara immediata non è una semplice regola per il futuro.

La Corte di Giustizia UE ha stabilito un principio fondamentale: una nuova normativa non può travolgere situazioni giuridiche definitivamente acquisite se ciò comporta una modifica retroattiva dei criteri di investimento o della redditività economica pianificata. La sfida per i balneari oggi non è più difendere una rendita di posizione, ma far valere un principio di civiltà giuridica: le regole del gioco non si cambiano a partita finita senza che l’arbitro paghi il conto.

L’INCOERENZA EUROPEA : SPAGNA SI, ITALIA NO

(Il mancato diritto di reciprocità)

Un elemento che alimenta un legittimo senso di trattamento diseguale riguarda il confronto con altri paesi mediterranei. La Corte costituzionale spagnola ha escluso i balneari iberici dal campo di applicazione del diritto UE per quanto riguarda la proroga delle concessioni. La Spagna ha tutelato i propri gestori. Il Portogallo ha visto archiviare una procedura d’infrazione analoga a quella italiana senza motivazione apparente.

L’Italia, invece, si trova sola ad affrontare pressioni che altri paesi europei con modelli simili hanno saputo gestire in modo più favorevole ai propri operatori. Una disparità che non può essere ignorata nel valutare la legittimità e l’equità dell’intero impianto normativo europeo applicato al settore.

E IN CONCLUSIONE COSA SI DOVREBBE DIFENDERE DAVVERO

Difendere i balneari non significa difendere privilegi o rendite. Significa proteggere un modello culturale prima ancora che economico: quello della spiaggia come luogo di accoglienza comunitaria, dove il rapporto umano tra gestore e cliente è il valore aggiunto principale, non il brand o la piattaforma di prenotazione digitale.

Il pericolo concreto è l’estinzione di un modello gestionale a conduzione familiare che ha contraddistinto per generazioni l’offerta balneare nazionale. Occorre individuare un punto di equilibrio tra le istanze di liberalizzazione europee e la salvaguardia di un patrimonio economico-culturale che incarna l’eccellenza del sistema Italia.

L’equilibrio richiede che le gare — se devono esserci — rispettino realmente il valore dell’esperienza maturata, che gli indennizzi siano proporzionati agli investimenti, che i criteri di valutazione non favoriscano automaticamente il capitale finanziario sull’esperienza umana.

La spiaggia italiana non è solo sabbia e ombrelloni. È memoria collettiva, è modello economico territoriale, è identità. Venderla al miglior offerente, senza cautele, senza gradualità, senza giustizia, significa impoverire il paese ben oltre i 22 miliardi che qualcuno già conta.

Questo articolo ha un commento

  1. Anna Maria Matranga

    È veramente vergognoso, Ostia non è solamente un quartiere di Roma, è una cittadina balneare che tenta, governo non permettendo, di vivere sul turismo , come aveva sempre fatto, stabilimenti a conduzione familiare dove crescere con tranquillità i propri figli, prezzi accessibili a tutti e scelte differenziate, questi cambiamenti stanno stravolgendo la vita di tutti,e non vogliamo persone non del territorio a portare fuori i guadagni, qui i nostri ragazzi si sono fatti le ossa facendo i bagnini e i camerieri da generazioni e così deve continuare

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