Spotorno oggi, l’Italia domani: quando le spiagge diventano un caso politico

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immagine tratta dalla pagina Facebook dei Bagni Miramare di Spotorno

Il caso che anticipa il futuro obbligato delle coste italiane

Spotorno non è soltanto un paese della Riviera di Ponente. È diventata, nel giro di pochi giorni, il simbolo di un conflitto destinato a ripetersi lungo tutta la costa italiana. Il dibattito esploso sui social – in particolare nel gruppo “Sei di Spotorno se” – non riguarda più soltanto qualche stabilimento in meno o qualche spiaggia libera in più. Riguarda il modello di gestione del litorale, il tipo di turismo che si vuole attrarre e, soprattutto, le conseguenze concrete di scelte che vengono presentate come tecniche, ma che hanno un impatto profondamente politico e sociale.

Alla base di tutto c’è l’art. 11-bis della legge regionale ligure n. 13/1999. Una norma che, nel Piano di Utilizzazione delle aree demaniali (PUD), impone un equilibrio minimo: almeno il 40% del fronte delle aree balneabili deve essere destinato a spiagge libere o libere attrezzate, e almeno la metà di questa quota deve essere completamente libera. Non si tratta – come spesso si sente dire nel dibattito pubblico – di una scure automatica sugli stabilimenti esistenti. La norma opera soprattutto sul piano della pianificazione e del rilascio di nuove concessioni, condizionando le scelte future dei Comuni. Ma è proprio qui il punto: la pianificazione non è neutra, perché determina nel tempo la struttura economica e sociale del territorio. Nel 2025 la Regione Liguria ha introdotto una sospensione temporanea di questo vincolo, per consentire ai Comuni sotto-soglia di affrontare la fase transitoria fino al 2027, in parallelo con la proroga nazionale delle concessioni al 30 settembre 2027. Una sospensione, appunto: non un’abolizione della regola. Scaduta la sospensione – salvo nuove proroghe – il 40% tornerà ad applicarsi come regola ordinaria di pianificazione. Questo significa che tutti i Comuni liguri, nell’approvare o aggiornare i propri PUD, dovranno misurarsi con quella soglia. Non necessariamente revocando concessioni dall’oggi al domani, ma orientando le scelte future in una direzione precisa.

Ed è qui che Spotorno smette di essere un caso locale. Perché ciò che oggi accade in un Comune diventa un’anticipazione di ciò che potrà accadere altrove, lungo tutta la costa. Non per scelta politica contingente, ma per effetto di una norma strutturale.

Il manifesto diffuso dall’Associazione Bagni Marini di Spotorno – che ha ulteriormente alimentato il dibattito – ha il merito di riportare la discussione dal piano ideologico a quello concreto. Il punto non è negare l’esistenza delle spiagge libere, né tantomeno il principio dell’accesso pubblico al mare. Il punto è come queste spiagge vengono inserite in un contesto urbano fragile, stretto tra ferrovia, Aurelia e densità abitativa elevatissima.

Chi sostiene che “più spiagge libere” sia di per sé una soluzione ignora un dato elementare: le spiagge libere non presidiate pongono problemi reali di sicurezza, controllo e ordine pubblico. Non per pregiudizio, ma per esperienza quotidiana. Assenza di sorveglianza, difficoltà di intervento in caso di emergenza, occupazioni improprie, degrado: sono temi che ricorrono ossessivamente nei commenti dei cittadini, non nei comunicati stampa. Gli stabilimenti balneari, piaccia o no, svolgono oggi una funzione che va ben oltre il noleggio di lettini: presidiano il territorio, garantiscono sicurezza in mare e a terra, collaborano con le forze dell’ordine, mantengono pulizia e regole. Smantellare questo sistema senza avere un’alternativa organizzativa pronta significa scaricare il problema sul Comune e sui cittadini.

Un altro nodo centrale del dibattito riguarda il tipo di turismo. Spotorno, storicamente, è una destinazione di famiglie, anziani, bambini, seconde case, persone che tornano ogni anno e che vivono il paese, non solo la battigia. Ridurre drasticamente il numero degli stabilimenti significa cambiare, volenti o nolenti, questo equilibrio. Il timore – espresso da molti residenti e frequentatori storici – è che l’aumento massiccio di spiagge libere non organizzate favorisca un turismo giornaliero, concentrato nelle ore centrali della giornata, con scarso ritorno economico e forte impatto sui servizi pubblici. Un modello che non crea valore, ma consuma territorio. Chi riduce questa preoccupazione alla solita contrapposizione “ricchi contro poveri” compie un’operazione ideologica tanto facile quanto fuorviante. Qui non si discute del diritto di fare il bagno. Si discute di sostenibilità complessiva di un territorio piccolo, fragile e già saturo.

Ed è qui che il caso Spotorno diventa paradigmatico. Perché il vero problema non è se servano più spiagge libere, ma come si sta imponendo questo cambiamento. I PUD fissano percentuali, non modelli di gestione. Impongono numeri, non soluzioni. E demandano ai Comuni l’onere – e il rischio – di gestire le ricadute sociali, economiche e di ordine pubblico. Il risultato è un corto circuito evidente: scelte strutturali presentate come meri adeguamenti tecnici, senza un confronto reale con chi il territorio lo vive e lo presidia ogni giorno. Non è un caso se a Spotorno il dibattito è degenerato in una vera e propria frattura sociale.

Per questo Spotorno non è una spiaggia qualunque. È un laboratorio forzato di ciò che accadrà nei prossimi anni lungo tutta la costa italiana. Dove i Comuni non raggiungono le percentuali previste di spiagge libere, dovranno intervenire. E dove interverranno, emergeranno le stesse domande, le stesse paure, gli stessi conflitti. La vera sfida non è scegliere tra spiagge libere o stabilimenti. La vera sfida è costruire un modello equilibrato, concreto e condiviso, capace di tenere insieme legalità, sicurezza, economia e qualità della vita.

Perché una cosa è certa: le percentuali si possono imporre per legge, gli equilibri sociali no. E ignorarlo significa preparare conflitti destinati a esplodere, non solo a Spotorno.

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