A Spotorno il tema non è più soltanto amministrativo. Non siamo più davanti a una discussione tecnica su proroghe, gare, PUD e percentuali di spiaggia libera, perché ormai gli effetti si vedono direttamente sul litorale, nella composizione dei flussi e nel modo in cui la località viene frequentata.
Il primo punto da chiarire è uno, e va detto senza ambiguità: i tratti oggi liberi non sono soltanto il risultato di una scelta teorica di pianificazione. In più casi si tratta infatti delle porzioni di arenile riferibili agli stabilimenti che non hanno accettato la proroga di un anno, e che proprio per questo sono usciti dal precedente assetto di gestione balneare.Questa precisazione non è un dettaglio. Cambia completamente la lettura del fenomeno, perché un conto è parlare di nuove spiagge libere pensate all’interno di una strategia ordinata e graduale, altro conto è trovarsi di fronte a tratti che diventano liberi a seguito del venir meno della prosecuzione annuale del rapporto concessorio.Dentro questo passaggio si capisce il vero “caso Spotorno”. Il Comune ha approvato un nuovo Piano spiagge che punta a portare al 40% la quota di spiagge libere e libere attrezzate, con una riduzione sensibile delle concessioni storiche, e questa scelta ha già provocato uno scontro durissimo tra amministrazione, concessionari e una parte della cittadinanza.
Ma l’aspetto più interessante, e anche più sottovalutato, è un altro: quando cambia la forma della spiaggia, cambia anche la forma del turismo. E a Spotorno questo processo è già leggibile con chiarezza, perché il passaggio da un litorale fondato su stabilimenti storici e servizi continuativi a un fronte mare più frammentato e più libero produce inevitabilmente effetti sul tipo di domanda che la località intercetta.Lo stabilimento balneare, piaccia o no, non è soltanto una concessione. È anche un presidio organizzativo, un filtro economico, un elemento di continuità del servizio e spesso un meccanismo di selezione della domanda turistica.Quando quel presidio arretra, o quando interi tratti escono da quel modello perché i concessionari non hanno accettato la proroga annuale, il litorale cambia pelle. E con lui cambia anche il comportamento dei vacanzieri: meno permanenza lunga, meno fidelizzazione, più giornata singola, più weekend, più fruizione intensa e concentrata nelle ore di punta.
Spotorno, del resto, continua ad avere un mare di forte richiamo e conserva strutture ricettive di livello, immobili di pregio e stabilimenti che per anni hanno contribuito a costruire un’immagine di qualità. Il problema è che queste eccellenze pesano sempre meno quando il contesto generale si sposta verso un modello ad alta densità, più orientato al volume che al valore.È qui che il caso locale diventa questione economica. Una destinazione non viene giudicata dal turista per il singolo albergo ben tenuto o per il singolo stabilimento efficiente, ma per l’esperienza media che riesce a offrire nel suo complesso, cioè per accessibilità, ordine, servizi, pressione sui parcheggi, pulizia percepita e qualità della permanenza.

Se il messaggio che passa è quello di un litorale più affollato, più discontinuo nei servizi e più esposto alla frequentazione rapida, il posizionamento della località inevitabilmente si abbassa. Non perché la spiaggia libera sia di per sé un male, ma perché la crescita di tratti sottratti al modello organizzato degli stabilimenti modifica il baricentro del prodotto turistico.In altre parole, Spotorno rischia di trovarsi in un paradosso perfettamente italiano. Da una parte resta una località con valori immobiliari elevati, con pezzi importanti di offerta ricettiva e con un’identità balneare ancora forte; dall’altra però il nuovo equilibrio del litorale spinge verso un turismo più “popolare” nel senso economico del termine, cioè più fondato sui grandi numeri che sulla capacità di spesa e sulla qualità media del soggiorno.
Il nodo delle spiagge non assegnate, allora, non è più soltanto giuridico. Diventa un problema di mercato, di immagine e di sostenibilità turistica, perché ogni tratto che esce dal circuito tradizionale della concessione e finisce in un regime libero dopo il rifiuto della proroga annuale contribuisce a ridisegnare la percezione complessiva della destinazione.Ecco perché Spotorno va osservata con attenzione anche fuori dalla Liguria. Perché anticipa una dinamica che molte altre località potrebbero conoscere nei prossimi anni: non basta dire “più spiagge libere” per capire quale turismo si genererà, perché conta moltissimo anche il modo in cui quei tratti diventano liberi, il contesto in cui si inseriscono e il modello economico che finiscono per incoraggiare.La vera domanda, allora, non è se il 40% di arenile libero sia giusto o sbagliato in astratto. La vera domanda è se una località come Spotorno possa reggere, senza perdere valore, il passaggio da un sistema fondato su stabilimenti storici, continuità gestionale e servizi strutturati a un assetto in cui una parte crescente del litorale nasce libera anche perché alcuni concessionari hanno rifiutato la proroga di un anno.
Perché a quel punto cambia tutto. Cambia il tipo di vacanziere, cambia la spesa media, cambia la pressione urbana, cambia la percezione del decoro e cambia, soprattutto, il posizionamento turistico di una delle località più note della Riviera.Spotorno, in sostanza, non sta vivendo una semplice redistribuzione degli spazi di spiaggia. Sta sperimentando una trasformazione più profonda, in cui il passaggio di alcuni tratti a regime libero dopo il mancato accoglimento della proroga annuale finisce per spostare l’intera destinazione verso un modello più affollato, più rapido e meno qualificante.
E quando una località comincia a puntare più sulla massa che sul valore, le eccellenze non bastano più a salvarne l’immagine. Restano, ma diventano eccezioni dentro un ecosistema che parla un’altra lingua.
Fatelo sapere a Biagini di mare libero che i turisti sono contenti di portarsi da casa la sdraio e farsi la doccia a casa..
Il grande sostenitore delle spiagge libere.