Ad Arona, nel sud di Tenerife, il servizio di vigilanza, salvataggio e assistenza sulle spiagge urbane (Los Cristianos, El Camisón, Las Vistas e La Honda, più servizi stagionali a Las Galletas e Palm-Mar) è organizzato come un grande appalto pubblico autonomo.
Il bando appena andato deserto prevedeva un valore stimato di 5.770.458 euro per quattro anni, pari a circa 1,4 milioni di euro l’anno per coprire poco più di 1,5 km di litorale urbano continuo più altri tratti aggiuntivi in alta stagione. Dietro a questa cifra ci sono un organico fisso di oltre 31 dipendenti, rinforzato ogni estate, l’obbligo di garantire un servizio di balneazione accessibile tutto l’anno a Las Vistas e stagionale in altre spiagge, oltre a mezzi nautici, postazioni, logistica e campagne di prevenzione.
Il modello spagnolo: servizio pubblico esternalizzato
Nel modello canario, il Comune definisce requisiti e standard del servizio e li mette a gara, mentre le imprese candidano proposte economiche e organizzative per gestire soccorso e assistenza sulle spiagge. Il costo di oltre 1 milione l’anno non è collegato al canone di eventuali concessioni di lettini o chioschi, ma è un capitolo di spesa distinto del bilancio municipale, coperto con risorse pubbliche generali.
In questo schema l’utente – turista o residente – beneficia del servizio indipendentemente dal fatto di pagare o meno un ombrellone: il salvataggio è considerato funzione pubblica, il gestore privato è l’esecutore di un contratto di servizio e viene remunerato con fondi dell’ente locale. La gara deserta di Arona mostra anche l’altro lato della medaglia: requisiti molto stringenti in termini di personale, orari e mezzi possono rendere poco appetibile l’appalto rispetto ai rischi economici per le imprese.
In Italia la narrazione pubblica sulle spiagge è dominata quasi esclusivamente da un numero: il canone di concessione demaniale che il titolare dello stabilimento paga allo Stato. Nella percezione corrente, “quanto pagano di canone” diventa sinonimo di quanto la collettività incassa dall’uso privato di un bene pubblico, ignorando quasi completamente il capitolo dei costi che il concessionario sostiene per servizi di fatto pubblici come il salvataggio.
Ma questo confronto è fuorviante: il canone misura solo la controprestazione economica per l’uso del bene, non i costi che il concessionario assume per garantire sicurezza balneare, servizi igienici, accessibilità e manutenzione quotidiana della spiaggia per la comunità.
Il costo del servizio di salvataggio in capo agli stabilimenti
Nella maggior parte dei litorali italiani il servizio di soccorso e vigilanza è organizzato dai concessionari, singolarmente o in forma consortile, che assumono bagnini abilitati, coordinatori e personale di supporto per l’intera stagione balneare.
Come nel caso di Arona, questo significa turni giornalieri lunghi, spesso su sette giorni, con copertura diurna continuativa e obbligo di presidio visivo della battigia e del tratto di mare antistante, a beneficio di chiunque frequenti la spiaggia.
Oltre agli stipendi, i gestori italiani sostengono contributi, oneri assicurativi, costi di formazione periodica, dispositivi di protezione individuale, oltre alla responsabilità organizzativa e giuridica sulle procedure di intervento.
Se quel servizio fosse scorporato e messo a gara come ad Arona, il suo costo emergerebbe immediatamente in numeri comparabili: per un fronte mare urbano di 1–2 km, si parlerebbe facilmente di centinaia di migliaia di euro l’anno solo per il salvataggio e il primo soccorso.
Torrette di avvistamento, pattini o barchini di salvataggio, moto d’acqua dove consentite, radio, defibrillatori, kit di primo soccorso avanzato, segnaletica di sicurezza, sono tutti elementi standard di un moderno servizio di vigilanza in spiaggia.
Nel caso italiano, l’acquisto, la manutenzione e la sostituzione di queste dotazioni è in capo ai concessionari, che spesso investono anche in percorsi illuminati, docce, servizi igienici e strutture per persone con disabilità senza un corrispettivo diretto nel canone.
Al contrario, nel pliego di Arona tali mezzi sono contabilizzati all’interno dell’appalto pubblico, con la base d’asta che incorpora il costo pieno di mezzi nautici, veicoli, postazioni attrezzate e magazzini, rendendo trasparente al bilancio comunale quanto costa la “sicurezza in mare” della località.
Un servizio per tutti, anche per chi non paga
Un aspetto spesso dimenticato nel dibattito italiano è che il bagnino interviene su chiunque si trovi in difficoltà in mare nel tratto di competenza, che si tratti di un cliente di stabilimento, di un utente della spiaggia libera adiacente o di un semplice passante entrato in acqua.
Di fatto il presidio garantito dagli stabilimenti produce un beneficio collettivo su tutto il fronte mare interessato, abbattendo il rischio di incidenti gravi e scaricando sul privato una funzione che, in ordinamenti come quello spagnolo, è frontale responsabilità dell’ente locale.
Anche per i servizi di accessibilità (passerelle, sedie anfibie, assistenza in acqua per persone con mobilità ridotta) il modello Arona li considera parte integrante di un appalto pubblico di salvataggio e assistenza, mentre in Italia tali servizi sono spesso realizzati su iniziativa dei gestori o su base di accordi locali.
Il paradosso del dibattito italiano
Dal punto di vista della comunicazione pubblica, l’effetto è un paradosso: in Spagna un Comune mette a gara un servizio di vigilanza e salvataggio per quasi 6 milioni in quattro anni e la collettività percepisce chiaramente quanto costa garantire sicurezza e assistenza sulle spiagge. In Italia, invece, lo stesso tipo di servizio è inglobato nell’attività dei concessionari e finanziato attraverso prezzi di mercato (ombrelloni, bar, ristorazione), mentre la percezione collettiva resta inchiodata al numero, relativamente modesto, del canone versato allo Stato.
Le recenti controversie sui canoni – tra aumenti a doppia cifra, correttivi e riduzioni percentuali – hanno ulteriormente polarizzato il dibattito sul “quanto pagano” senza affrontare la domanda più scomoda: quanto costa, e chi finanzia, la sicurezza balneare che tutti danno per scontata?
Il caso Arona offre quindi una chiave comparativa utile per rileggere il tema delle concessioni italiane: se 1,4 milioni l’anno è l’ordine di grandezza necessario a garantire vigilanza, salvataggio e assistenza su 1,5 km di spiagge urbane in un Comune turistico, quanto vale il servizio equivalente garantito da decine o centinaia di stabilimenti lungo i litorali italiani?
Una parte consistente di quel valore oggi non passa per i bilanci pubblici ma resta “schiacciata” dentro i conti economici delle imprese concessionarie, invisibile quando si valuta la sola posta “canone demaniale” nelle entrate dello Stato.
Riorientare il discorso pubblico dal solo canone al complesso dei costi e dei servizi effettivamente resi – sicurezza in mare, pulizia, infrastrutture, accessibilità – permetterebbe una discussione più onesta su chi deve pagare, quanto e in cambio di quali obblighi, evitando che il tema delle concessioni si riduca a una guerra di slogan sui “balneari che pagano troppo poco” o “troppo”.

Vivo alcuni mesi a Fuerteventura, e visiono giornalmente il servizio, qui gli addetti al salvataggio indossano maglie della croce rossa e perciò presumo che siano pagati dal governo spagnolo/Canario. Poi aggiungo che qui il servizio è molto più pressapochista di quello fatto in Italia ed è fatto solo e ripeto SOLO nei punti di maggiore affluenza. In Italia c’è una postazione ogni 150 metri con tutte le attrezzature e torretta pagati solo ed esclusivamente dal titolare di concessione e non dal governo. Lo scorso anno ho pubblicato un video di una torretta vuota e del bagnino che beveva una birra in macchina con gli amici. In Italia questo non capita, Da noi un bagnino ha il giorno libero e di conseguenza un sostituto per quel giorno, inoltre ha giustamente un ora di pranzo e altro sstituto, lascio immaginare quali siano i costi a postazione., altro che Spagna. Se siamo tutti in Europa o si adeguano loro oppure dobbiamo regredire noi.
Grazie della testimonianza, questo fa capire una volta di più l’involuzione che ci sarà in Italia