Il dibattito in corso sul caso Spotorno sta mostrando con chiarezza una frattura profonda tra chi osserva il tema delle spiagge da una prospettiva ideologica e distante dalla realtà di tutti i giorni e chi, invece, vive quotidianamente il territorio e ne sostiene l’economia reale.
Le posizioni che ricevono il plauso di ambienti lontani dalla realtà locale – come quelle sostenute da esponenti dell’attivismo ideologico e da figure quali la signora Cathy La Torre – trovano consenso in contesti che nulla hanno a che vedere con la vita economica e sociale di comuni come Spotorno. Non trovano invece riscontro nella società civile ed economica locale, quella che rende vivi i nostri paesi tutto l’anno. Gli stabilimenti balneari non sono un interesse isolato di pochi concessionari, ma il perno di un intero ecosistema economico che coinvolge strutture alberghiere e ricettive, attività commerciali, imprese edili e artigian, lavoratori stagionali e famiglie. Smantellare o indebolire questo sistema, attraverso un’espansione ideologica e non pianificata delle spiagge libere, significa svalutare il turismo, ridurre la qualità dell’offerta e compromettere l’attrattività di territori che oggi competono in un mercato internazionale sempre più esigente.

Il turismo contemporaneo non cerca abbandono o improvvisazione, ma spiagge attrezzate, pulite, sicure e dotate di servizi. È questa la domanda reale dei visitatori e delle famiglie, ed è su questa domanda che negli anni si sono basati investimenti, lavoro e sviluppo. Difendere il sistema balneare significa difendere l’occupazione, il valore immobiliare del territorio, la continuità economica dei territori costieri, un modello di turismo sostenibile e organizzato. Il caso Spotorno non può essere ridotto a uno scontro ideologico o a una battaglia simbolica. È una questione che riguarda la sopravvivenza economica e sociale delle comunità locali, e come tale deve essere affrontata, ascoltando chi quei territori li vive, li lavora e li mantiene vivi ogni giorno.
Perfettamente d’accordo