La polemica sulle concessioni balneari in Puglia ha ormai superato il confine del dibattito pubblico per scivolare apertamente nella propaganda. Una polemica che prende le mosse da una notizia apparsa su Il Fatto Quotidiano, rilanciata poi a cascata come se si trattasse di un dato acquisito, quando invece si fonda su mere insinuazioni e accostamenti suggestivi. Titoli gridati, allusioni personali, fotografie suggestive: tutto fa brodo, purché passi l’idea che esista un presunto conflitto di interessi tra incarichi politici e attività economiche nel settore dei lidi. Ma quando si passa dalle suggestioni ai fatti – e ai nomi – la costruzione crolla.
Nel mirino finiscono esponenti della Lega pugliese e nazionale, da Gianni De Blasi a Roberto Marti, fino a Salvator(e) Di Mattina, accomunati dall’essere – direttamente o indirettamente – proprietari o soci di stabilimenti balneari. Una circostanza nota, dichiarata e mai occultata, che viene però trasformata mediaticamente in una colpa originaria: come se l’appartenenza a un settore economico bastasse, di per sé, a integrare un conflitto di interessi.
È una tesi politicamente efficace, ma giuridicamente inconsistente.
Il comunicato di De Donno (M5S): molte domande, zero conflitto
In questo clima si inserisce il comunicato dell’on. Antonio De Donno (M5S), che prende le mosse proprio dall’articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano e chiede al Ministero di “chiarire” l’esistenza di un possibile conflitto di interessi in Puglia. Una richiesta che, letta attentamente, non contiene alcuna contestazione puntuale, nessun atto specifico, nessuna decisione amministrativa viziata. Solo interrogativi generici e un sospetto elevato a notizia.
Ma chiedere chiarimenti non equivale a dimostrare un conflitto. Anzi: il comunicato certifica esattamente il contrario. Se si è costretti a chiedere se esista un conflitto, significa che non se ne è individuato uno.
Il diritto amministrativo non si fa con le allusioni
Il conflitto di interessi non è uno slogan, ma una figura giuridica precisa. Serve un nesso diretto e attuale tra:
- una funzione pubblica concreta;
- un potere decisionale sul procedimento;
- un vantaggio personale immediato e differenziato.
Qui manca tutto. I parlamentari non assegnano concessioni, non gestiscono bandi, non firmano atti comunali o regionali. Le concessioni demaniali sono rilasciate attraverso procedimenti amministrativi, bandi pubblici e atti vincolati, sottratti – per definizione – all’arbitrio del singolo eletto.
Confondere il legislatore con l’amministratore locale, e l’indirizzo politico con la gestione del demanio, è un errore grossolano. Ma è un errore utile a chi vuole costruire una campagna politica, non a chi cerca la verità.
Quote societarie = potere pubblico
La giurisprudenza è chiarissima: la titolarità di quote in società balneari, anche rilevanti, non integra alcun conflitto di interessi se il soggetto non esercita un potere diretto sul procedimento amministrativo che produce l’eventuale vantaggio. Senza potere di firma, senza competenza funzionale, senza incidenza determinante sull’atto finale, il conflitto resta una fantasia politica.
Questo vale, a maggior ragione, per Salvatore Di Mattina, richiamato polemicamente anche nella sua qualità di presidente della CNA. La presidenza di un’associazione di categoria non attribuisce alcun potere pubblico, né alcuna capacità di incidere su bandi, concessioni o procedimenti amministrativi. Non esiste un rapporto funzionale tra il ruolo associativo e le decisioni degli enti concedenti: nessuna influenza giuridicamente rilevante, nessun interesse differenziato, nessun vantaggio selettivo.
E questo vale per tutti i nomi citati nelle cronache, al netto delle ricostruzioni maliziose.
Nemmeno il richiamo alla direttiva Bolkestein e alle gare per le concessioni salva la polemica. Se e quando i bandi verranno indetti, saranno pubblici, comparativi e aperti. Proprio il contrario del conflitto di interessi. Usare l’Europa come clava retorica serve solo a mascherare il vuoto giuridico dell’accusa.
La verità è che non c’è alcun conflitto di interessi. C’è un settore economico rilevante, c’è una discussione politica aspra e c’è chi preferisce personalizzare lo scontro invece di affrontare il merito delle regole. Il comunicato di De Donno non apre uno scandalo: certifica l’assenza di uno scandalo.
Si può essere contrari ai balneari, alle proroghe, o alla linea politica della Lega. È legittimo. Ma evocare conflitti di interessi inesistenti significa usare il diritto come arma impropria. E questa volta, carte alla mano, l’arma si è inceppata: nessun conflitto, solo propaganda.
