Il 3 agosto 2012 la Commissione europea diffondeva un comunicato ufficiale in cui si “compiaceva” dell’annunciata riforma della legge costiera spagnola. A parlare era la Vicepresidente Viviane Reding, che salutava con favore l’iniziativa del governo della Spagna volta a rafforzare la certezza giuridica dei proprietari di immobili lungo la costa.
Il messaggio era chiaro: bene proteggere l’ambiente, ma altrettanto bene garantire stabilità agli investimenti, tutela dei diritti e prevedibilità normativa.
Eppure, in quello stesso momento storico, la Italia si trovava già da quattro anni sotto procedura d’infrazione (n. 2008/4908), aperta nel 2008 proprio per le proroghe automatiche delle concessioni demaniali marittime.
Due Paesi mediterranei.
Due normative sul demanio costiero.
Due atteggiamenti europei molto diversi.
Il caso spagnolo: stabilità fino a 75 anni
Nel 2012 Madrid annunciava una riforma della Ley de Costas che prevedeva:
- l’estensione delle concessioni da 30 a 75 anni;
- la possibilità di cessione del diritto, previa autorizzazione;
- la facoltà di ristrutturare immobili nella fascia demaniale (senza aumento di volume);
- maggiore trasparenza sulle linee di demarcazione.
La Commissione parlava di “miglioramento della certezza giuridica” e di una buona notizia per cittadini e imprese europee.
Non un richiamo formale.
Non una contestazione per violazione della concorrenza.
Ma un riconoscimento pubblico dell’approccio spagnolo.
Il caso italiano: infrazione già dal 2008
Nel frattempo, l’Italia era già oggetto di una procedura di infrazione per il rinnovo automatico delle concessioni balneari. Bruxelles riteneva che quel meccanismo violasse i principi di libertà di stabilimento e concorrenza.
La pressione fu costante fino alla modifica normativa del 2010 e alla chiusura formale della procedura nel 2012.
Ma la vicenda italiana non si è fermata lì.
Nel 2020 è stata aperta una nuova procedura (n. 2020/4118) sulle proroghe fino al 2033, con un impatto politico e giurisprudenziale enorme, culminato nelle sentenze dell’Adunanza Plenaria del 2021 e in un dibattito pubblico continuo.
E la Spagna oggi?
La Commissione ha avviato una procedura d’infrazione contro la Spagna sulle concessioni demaniali soltanto nel febbraio 2023, con la messa in mora (INFR(2022)4121).
Il secondo step — il parere motivato — è stato adottato nel dicembre 2024.
Da allora, nessun deferimento alla Corte di giustizia. Nessuna accelerazione evidente. Nessuna pressione comparabile a quella esercitata nel caso italiano.
In sintesi:
- 2012 → la Commissione si congratula con la Spagna per proroghe fino a 75 anni.
- 2008 → l’Italia è già in infrazione.
- 2023 → prima messa in mora alla Spagna.
- 2024 → parere motivato.
- 2026 → nessun passaggio alla fase contenziosa.
Una differenza che fa discutere
Il confronto temporale è oggettivo.
Quando Madrid estendeva le concessioni e riceveva parole di apprezzamento, Roma era già formalmente sotto accusa.
Quando l’Italia introduce proroghe generalizzate, la reazione europea è immediata e strutturata.
Quando la Spagna interviene sul proprio sistema costiero, la procedura arriva oltre dieci anni dopo quel comunicato di plauso, e procede con tempi sensibilmente più dilatati.
La questione non è negare il principio di concorrenza, ma chiedersi se esso venga applicato con la stessa intensità e tempestività nei diversi Stati membri.
Perché, guardando la cronologia, il trattamento riservato ai due Paesi non appare sovrapponibile.
