Spotorno viene raccontata come l’alba della legalità: applausi, comunicati, coriandoli retorici. Ma a leggere bene l’impostazione di chi spinge questo “modello”, il rischio è che qui non si stia facendo chiarezza normativa: si stia facendo egemonia culturale, usando la parola “legalità” come clava per zittire ogni critica.
Legambiente celebra la “presa di coscienza” del sindaco e la presenta come scelta che “sta già dando i primi frutti”, indicando Borghetto come prossimo tassello. Rifondazione Comunista parla di “superare privilegi consolidati” e di “diritto di tutti”, e fin qui è la solita sceneggiatura: popolo contro privilegiati, buoni contro cattivi. Peccato che la gestione reale della costa non sia un manifesto: è un sistema di responsabilità, sicurezza, pulizia, servizi, lavoro e investimenti che non si risolve con uno slogan.
Poi arriva Mare Libero e, con una sincerità quasi involontaria, svela il cuore politico dell’operazione: non solo bandi, ma bandi “co-progettati con le associazioni ambientaliste e dei consumatori” secondo l’art. 55 del Terzo settore, con criteri ambientali e sociali. E aggiunge: “dovranno essere aperti a tutti”. Ecco la frase che merita un cartello rosso: “aperti a tutti”, ma scritti (in co-progettazione) con una parte in causa che ha un’agenda e che, guarda caso, vuole sedersi al tavolo dove si decidono criteri e punteggi.

Perché diciamolo senza ipocrisie: i criteri “sociali” non sono neutri. Se non li si definisce con estrema precisione, diventano un passepartout per favorire soggetti che possono reggere il servizio con costi del lavoro più bassi: cooperative e associazioni che, in molte esperienze concrete, fanno leva su volontariato, rimborsi, tirocini, formule ibride e manodopera a basso costo. Il risultato è semplice: chi fa impresa vera, assume, paga contributi, regge turni e responsabilità, parte già svantaggiato. Questa non è giustizia sociale: è concorrenza asimmetrica mascherata da “virtù”.
E mentre si pontifica di “superare privilegi”, si sorvola su un privilegio nuovo, molto più subdolo: quello di chi entra nella gestione (o la orienta) attraverso la scorciatoia della moralità auto-attribuita. Se basta chiamarsi “no profit” per apparire automaticamente più legittimi, più “giusti”, più meritevoli di punteggi e criteri, allora non stiamo costruendo un mercato trasparente: stiamo creando una corsia preferenziale. E a pagare, alla fine, non saranno i “privilegiati”: saranno i lavoratori seri e le imprese che reggono davvero il territorio.
Spotorno oggi viene descritta come “esempio” che tutti i Comuni liguri dovrebbero seguire. Domani, questo stesso schema potrà essere venduto come ricetta nazionale: quota obbligatoria, bandi, co-progettazione, criteri sociali “valoriali”, e chi dissente etichettato come difensore di privilegi. Se non si mette un argine adesso — con regole uguali per tutti, controlli sul lavoro e criteri scritti senza conflitti d’interesse — il “modello Spotorno” non resterà un caso locale: diventerà un precedente comodo per riscrivere la costa italiana a colpi di slogan.
Questo è sempre stato il metodo comunista, già fallito diversi anni fa, e che oggi vuole riemergere a danno dei balneari , oggi di Spotorno, e domani d’Italia.
La proprietà privata non si tocca, il marxismo , non esiste neanche più in unione sovietica, perché anche lì è fallito.
Non dovete nascondervi dietro le no profit o cooperative sociali, noi vi conosciamo bene, voi siete quelli che cercano di impoverire il paese a vostro vantaggio, non lo permetteremo!!